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LA CITTÀ
Sembra nascere dal nulla, all’incontro di due infiniti, l’acqua e
il cielo: Venezia (m 1; ab. 275.000 ca.) da secoli folgora il
visitatore con la sua singolare bellezza. Il compatto tessuto
architettonico di palazzi, chiese, ponti, calli e campielli lascia
appena trapelare gli elementi ambientali e funzionali che formano
la sua trama: sopra e dentro la Laguna i rii interni, il Canal
Grande e i ponti che lo attraversano, il porto, la stazione, il
rettilineo nastro della ferrovia e della strada che la collegano
alla terraferma. La sua lunga, gloriosa stagione politica e
artistica è durata un millennio (per tradizione si contano 120
dogi); la città è stata per oltre un secolo cuore pulsante del
Mediterraneo e del commercio mondiale; nel suo tramonto dorato e
voluttuoso ha saputo ancora essere capitale europea del teatro,
delle feste, della gioia di vivere. «Quei giorni sono andati, ma
la bellezza è ancora qui» diceva Byon, e le sue parole sono ancora
attualissime.
L’area
marciana
Emblema della città, piazza S. Marco è nata dal preciso intento di
rispecchiare la potenza della Repubblica e la cultura del
patriziato che la reggeva: il doge, che abitava nel Palazzo
Ducale, faceva in processione il giro della piazza fino alla
cappella dogale, in S. Marco; nel palazzo deliberavano gli organi
di governo e si giudicavano gli inquisiti che, a volte, finivano
giustiziati tra le colonne della piazzetta; sotto il porticato si
arruolavano invece gli equipaggi destinati alle galee pronte a
salpare verso lidi lontani.
Percorrendo a piedi il lastricato secolare di questo itinerario ci
si addentra nel cuore della Serenissima: il sestiere tra S. Marco
e Rialto, definito da un’ansa del Canal Grande e dall’antico asse
commerciale delle Mercerie, è stato il nucleo originario
dell’intera struttura urbana veneziana. La piazza è cinta da
palazzi a portici continui, sotto i quali si aprono caffè e
botteghe (celebre il settecentesco Caffè Florian), e ha come
sfondo la basilica di S. Marco con l’alto campanile.
A sinistra della basilica, delimitata dal Palazzo Patriarcale
(1837-70), si apre la piazzetta dei Leoni, che prende il nome dai
due leoni settecenteschi in marmo rosso di Verona. Definiscono il
lato settentrionale di piazza S. Marco le Procuratie Vecchie,
lungo edificio a due ordini di logge edificato nel XIIsecolo e
ristrutturato nel XVI con l’intervento di Jacopo Sansovino. Le
affianca a est la torre dell’Orologio (1496-99), in cima alla
quale le statue in bronzo dei due Mori battono le ore su una
grande campana, mentre di fronte si allungano le Procuratie Nuove,
iniziate nel 1582 da Vincenzo Scamozzi e terminate verso la metà
del ’600 da Baldassarre Longhena.
Attualmente l’edificio ospita alcune sale del Civico Museo Correr,
dove si possono ammirare dipinti di scuola veneziana dal ’300 al
’500, di ferraresi, fiamminghi e tedeschi:
capolavori di Jacopo Bellini (Crocifissione) e dei figli Gentile e
Giovanni, di Carpaccio, Cosmè Tura, Antonello da Messina, Lorenzo
Lotto. Nello stesso palazzo hanno sede il
Museo del Risorgimento e il Museo archeologico, che vanta
un’importante raccolta di sculture greche e romane. Chiude il lato
minore della piazza la neoclassica Ala Napoleonica. Sullo sfondo
dell’isola di S. Giorgio, piazzetta S. Marco, scandita dalle due
colonne su cui poggiano il leone di san Marco e la statua di san
Teodoro, fungeva da porta trionfale della città.
La piazzetta è delimitata dal fronte di Palazzo Ducale, massima
espressione dell’architettura gotica veneziana. Fondato nel IX
secolo, assunse l’attuale struttura fra ’300 e ‘400; la facciata,
svuotata da un portico a pianterreno e da una loggia traforata al
primo piano, introduce nelle sale dell’appartamento del doge e del
Consiglio della Serenissima, con affreschi e dipinti di Tiziano,
Tintoretto, Veronese. Di fronte, la Libreria Sansoviniana,
iniziata da Sansovino e completata da Scamozzi (1583-88); salendo
il monumentale scalone si sale al vestibolo (nel soffitto,
Sapienza di Tiziano, 1564) e al grandioso salone ornato da tele di
Veronese e Tintoretto.
In continuità con la Libreria è il severo palazzo della Zecca
realizzato da Sansovino (1537-66) e ora sede della Biblioteca
nazionale Marciana. Dall’alto dei quasi cento metri del campanile
di S. Marco, eretto nel XII secolo e riedificato nel 1912, il
panorama aiuta a cogliere il disegno complessivo degli spazi, la
loro forma e il loro intimo intreccio che garantisce all’area
marciana una sostanziale unità architettonica e stilistica.
L’Accademia, Ca’ Rezzonico e le Zattere fino alla Punta della
Dogana La pittura veneta costella questo percorso che, disegnato
ad anello a ponente di piazza S. Marco, tocca celebri luoghi
d’arte: l’Accademia con la sua incomparabile raccolta, Ca’
Rezzonico con quadri e affreschi settecenteschi, S. Sebastiano
dove dipinse Veronese, fino a raggiungere la chiesa di S. Maria
della Salute attraverso la lunga passeggiata delle Zattere.
L’itinerario si snoda alle spalle dei palazzi che fronteggiano il
primo invaso di Canal Grande, in calli silenziose, con improvvise
aperture su rii che tagliano questa zona del sestiere in insule
regolari, e si conclude oltre lo straordinario scorcio panoramico
della Punta della Dogana.
Varcando la fastosa facciata barocca della chiesa di S. Moisè
(1668), si può ammirare la Lavanda dei piedi di Tintoretto, e
proseguendo lungo calle Larga XXII Marzo si incontra un altro
esempio di esuberanza decorativa barocca: la chiesa di S. Maria
del Giglio, del 1683. Anche questa racchiude pregevoli opere:
Madonna col Bambino e san Giovannino di Pieter Paul Rubens;
Visitazione di Palma il Giovane e Quattro evangelisti di
Tintoretto.
Apre la fondamenta adiacente l’entrata da terra di palazzo Corner
della Ca’ Granda (Sansovino, 1533-63), fra i più monumentali
edifici del Canal Grande, la cui facciata è
suddivisa in tre fasce orizzontali: sull’austero bugnato di quella
inferiore poggiano le altre due, leggere nel bianco della pietra e
nel gioco chiaroscurale delle colonne.
Addentrandosi di nuovo nelle calli ombrose si incontra il
suggestivo campo S. Fantin, definito da eleganti facciate; quella
di destra appartiene alla chiesa omonima, ricostruita nel 1507 da
Antonio Scarpagnino: la fronteggia il teatro La Fenice, fedelmente
ricostruito dopo l’incendio del 1996. Proseguendo verso nord, in
campo S. Beneto si nota la facciata gotica di palazzo Fortuny (XV
secolo), sede del museo omonimo, che ospita opere del pittore e
decoratore spagnolo, e la secentesca chiesa di S. Beneto,
che
custodisce un dipinto di Tiepolo.
Ci si può quindi concedere una gradevole sosta in campo S.
Stefano, uno dei luoghi di ritrovo preferiti dai veneziani, che si
danno appuntamento nei caffè: articolato in vari spazi e
campielli, il campo è chiuso a nord dal fianco della chiesa di S.
Stefano, uno dei più importanti complessi religiosi gotici di
Venezia, fondato a fine ’200 e ultimato nel XV secolo; il vasto
interno, articolato in tre navate coperte da un bellissimo
soffitto ligneo, ospita diversi monumenti funebri, tre tele di
Tintoretto e una tavola di Paolo Veneziano (1348).
Culmine di questo percorso nel segno della pittura sono le
Gallerie dell’Accademia, che hanno sede nell’ex complesso di S.
Maria della Carità, i cui edifici, frutto di molteplici
ampliamenti del primitivo insediamento del XII secolo, si
impongono sul piccolo camposagrato aperto sul Canal Grande. Nate
come raccolta di saggi degli allievi dell’Accademia, le gallerie
si arricchirono grazie alle confische napoleoniche e ai lasciti
privati, e oggi ospitano la più cospicua raccolta di pittura
veneziana e veneta. Di Giovanni Bellini sono la Madonna in trono
col Bambino e santi (1480 ca.) e La pietà del 1505. La vecchia
(1505-1506 ca.) e La tempesta (1507-10) di Giorgione evidenziano i
caratteri di novità apportati dall’acceso colorismo della pittura
veneta del primo ’500. Tra i capolavori del XVI secolo spiccano il
Ritratto di gentiluomo (1515 ca.) di Lotto, Il convito in casa di
Levi (1573) e lo Sposalizio mistico di santa Caterina (1575 ca.)
di Veronese, i teleri per la Scuola Grande di S. Marco di
Tintoretto e la Pietà incompiuta di Tiziano, terminata dopo la sua
morte (1576) da Palma il Giovane. Straordinario racconto è il
ciclo di sant’Orsola realizzato da Carpaccio nel 1490-95,
all’interno del quale risalta il Sogno di sant’Orsola. Altro
gruppo di opere concepite in modo unitario è il grande trittico di
Bellini e bottega. La visita si conclude nell’antica sala
dell’Albergo della Scuola della Carità, dove campeggia la
Presentazione della Vergine al tempio di Tiziano (1534-39).
Nelle sale del vicino palazzo Venier dei Leoni, che ospita la
prestigiosa collezione della mecenate americana Peggy Guggenheim,
ci si immerge, con un balzo di quattro secoli, nell’avanguardia
europea e americana: il cubismo è rappresentato da Pablo Picasso,
Georges Braque e Juan Gris; il futurismo da Giacomo Balla; la
pittura metafisica
da Giorgio de Chirico; gli inizi dell’astrazione da Vasilij
Kandinskij, Piet Mondrian e dai costruttivisti; il surrealismo da
Max Ernst, Joan Miró, Yves Tanguy, René Magritte.
Costeggiando il Canal Grande si oltrepassa Ca’ Rezzonico (iniziata
nel 1649 da Longhena e ultimata dopo il 1750 da Giorgio Massari),
che nelle fastose sale affrescate da Giovanni Antonio Guardi e
Tiepolo ospita il Museo del Settecento veneziano e una pinacoteca.
Nella fitta trama di calli alle sue spalle si viene sorpresi
dall’alberato campo S. Margherita, tra i maggiori della città e
tra i più vivaci e autentici, da sempre centro della vita sociale
del sestiere. Ne caratterizzano il profilo il campanile mozzo
dell’ex chiesa di S. Margherita e una serie di palazzetti di
sapore bizantino o gotico, con le tipiche botteghe contornate in
pietra d’Istria, testimonianze dell’originario carattere
mercantile della zona.
Proseguendo verso il canale della Giudecca, si incontrano la
Scuola Grande dei Carmini, edificio secentesco attribuito a
Longhena, al cui interno si possono ammirare nove tele di Tiepolo
(1739-44) e Giuditta e Oloferne, capolavoro di Giambattista
Piazzetta, e la chiesa dei Carmini (XIV secolo), che custodisce un
San Nicola di Lotto (1529). Dagli intimi spazi della chiesa di S.
Sebastiano, celebre per l’imponente apparato decorativo (1555-65)
di Veronese, qui sepolto, ci si incammina verso la passeggiata
panoramica della lunghissima fondamenta (quasi 2 km) delle
Zattere, che da S. Basilio raggiunge la Punta della Dogana
costeggiando l’ampio canale della Giudecca: percorrendo i suoi
quattro tratti, punteggiati di bar e bàcari, si abbraccia in un
unico sguardo il fronte dell’opposta isola della Giudecca. Lungo
il primo segmento occidentale, le Zattere al Ponte Lungo, si
lasciano sulla sinistra la cinquecentesca chiesa di S. Trovaso con
tele di Tiepolo e di J. e D. Tintoretto, e l’animato rio di S.
Trovaso, dal XIV secolo ambita sede di dimore patrizie, tra cui la
più significativa è il gotico palazzo Contarini degli Scrigni (XV
secolo). Dall’atrio della cinquecentesca Ca’ Bembo si può
intravedere uno dei più grandi e inaspettati giardini privati
della città. La chiesa dei Gesuati (XVIII secolo), che conserva
opere di Tiepolo, Piazzetta e Tintoretto, dà il nome al secondo
tratto delle Zattere. Il terzo tratto della fondamenta, Zattere
allo Spirito Santo, è invece così detto dalla chiesa dello Spirito
Santo (1506). Nell’ultimo tratto sono ubicati i Saloni, nove
grandi magazzini del sale costruiti nel ’300.
La piacevole passeggiata si conclude con la scenografica Punta
della Dogana, spartiacque tra il Canal Grande e il canale della
Giudecca, realizzata da Giuseppe Benoni
(1677) a imitazione di una prua di nave a loggia con torretta,
sormontata da due Atlanti bronzei. L’itinerario si compie con uno
degli elementi dominanti nel paesaggio di Venezia: S. Maria della
Salute, capolavoro dell’architettura barocca veneziana, eretta da
Longhena (1631-87). La maestosa massa marmorea, a pianta
ottagonale, è popolata di statue e sormontata da un’enorme cupola
emisferica; in sagrestia si possono ammirare quattro tele di
Tiziano e le Nozze di Cana (1551) di Tintoretto. Dal campo della
Salute bellissimo è il colpo d’occhio sul Canal Grande e sul
bacino di S. Marco. Una lunga riva conduce l’acqua al basamento a
gradini su cui si erge la mole della chiesa, mentre sugli altri
lati lo spazio è definito dalle absidi gotiche di S. Gregorio,
dall’austero palazzo del Seminario patriarcale e dal basso e
severo edificio della Dogana da Mar.
Le Mercerie,
Rialto, i Frari e la Scuola di S. Rocco
Da sempre merci pregiate si offrono ammiccanti lungo le Mercerie,
il più frequentato passeggio della città, che un tempo i patrizi
percorrevano per tornare dalle discussioni
nei consigli ai colloqui di affari e ai registri del credito.
Attraversato il Canal Grande all’altezza di Rialto, centro
mercantile e finanziario, l’itinerario prosegue nei sestieri di S.
Polo e di S. Croce fino alla chiesa dei Frari e alla Scuola di S.
Rocco, luoghi celebri della pittura, per tornare al ponte di
Rialto attraverso campo S. Polo e campo S. Aponal.
Le Mercerie, fulcro del denso tessuto della Venezia bizantina del
X secolo, conducono dal centro politico-religioso marciano ai
traffici del mercato di Rialto, vero “ventre” commerciale della
città. Quasi al termine della via spicca la bianca facciata
barocca (1663) della chiesa cinquecentesca di S. Salvador, che
custodisce il monumento funebre del doge Francesco Venier, opera
di Sansovino (1556-61), un’Annunciazione (1566) e una
Trasfigurazione (1560) di Tiziano.
Alla convergenza di percorsi provenienti da piazza S. Marco, da
Rialto e dalla stazione ferroviaria, campo S. Bartolomio è oggi
uno dei luoghi più animati della vita veneziana. Al di là del
ponte di Rialto, campo S. Giacomo di Rialto conserva le tracce di
centro della vita finanziaria della città: lo delimitano i portici
delle Fabbriche Vecchie (realizzate da Scarpagnino nel 1520-22)
sotto cui venivano sistemati i tavoli dei banchieri e, opposta
alla chiesa omonima (XII secolo), la statua del Gobbo di Rialto (XVI
secolo) sorregge la scala per la colonna del Bando, da cui
venivano lette le sentenze e comunicate le leggi.
Proseguendo lungo le fondamenta dell’Olio si gode della splendida
vedutafrontale della Ca’ d’Oro; a sinistra si ammirano i due piani
di logge della Ca’ Corner della Regina, edificio classicheggiante
di Domenico Rossi (1724) e, poco oltre, Ca’ Pesaro, sede del Museo
d’Arte orientale e della Galleria internazionale d’Arte moderna:
imperdibili i capolavori di maestri dell’800 e del ’900 quali
Giuseppe Pellizza da Volpedo, Francesco Hayez, Giovanni Fattori,
Camille Corot, Umberto Boccioni, Alberto Savinio, Carlo Carrà,
Mario Sironi, Ottone Rosai, Joan Miró, Marc Chagall, Vasilij
Kandinskij, Gustav Klimt.
Ancora oltre, il fondaco dei Turchi è un’esemplare casa-fondaco
veneto-bizantina, dal 1621 al 1838 utilizzata come deposito merci
e albergo per commercianti turchi. Il radicale restauro
ottocentesco ha sconvolto l’aspetto originario del palazzo,
conservandone solo la struttura a due piani tipica delle
casefondaco due-trecentesche. Allontanandosi dal Canal Grande si
incontrano il campo S. Maria Mater Domini, tra i più
caratteristici di Venezia per la sua forma regolare e
proporzionata e, in uno dei rari spazi alberati del cuore
cittadino, la chiesa di S. Giacomo dell’Orio, del X secolo, da cui
promana intatto il fascino dell’antico luogo di culto, esaltato da
un Crocifisso ligneo trecentesco di Veneziano, da una Madonna col
Bambino e santi (1546) di Lotto e da tele di Veronese.
Da un’elegante corte rinascimentale, opera di Pietro Lombardo
(1481), si entra in un cortile in cui si fronteggiano la gotica
chiesa di S. Giovanni Evangelista, rimaneggiata nel ’700, e la
Scuola Grande, frutto di sovrapposizioni stilistiche dei secoli
XIV-XVIII.
Nell’interno un superbo scalone di Mauro Codussi (1498) conduce al
salone superiore, impreziosito da dipinti di Tiepolo, Tintoretto,
Pietro Longhi e altri. Da qui si accede
all’oratorio della Croce, un tempo ornato con i teleri di Gentile
Bellini e Carpaccio, ora alle Gallerie dell’Accademia, a cui segue
la sala dell’Albergo, con affreschi di Palma il Giovane.
Verso sud, S. Maria Gloriosa dei Frari è annunciata dalla poderosa
mole del campanile trecentesco, uno dei più alti di Venezia.
L’attuale edificio, severo e grandioso, fu iniziato nel 1340;
nella facciata in tardo stile gotico è incastonato un portale con
sculture di Barolomeo Bon, Pietro Lamberti (XV secolo) e
Alessandro Vittoria, che dà accesso al solenne interno a tre
navate, divise da dodici poderosi piloni e scandito da altari,
urne pensili e monumenti funebri. Capolavori della chiesa sono
l’Assunta (1516-18) e la pala nota come Madonna di Ca’ Pesaro
(1526) di Tiziano, la Madonna in trono con Bambino e santi,
trittico di Bellini del 1488, e la scultura lignea di San Giovanni
Battista di Donatello (1450 ca.). Fra i monumenti funebri, quello
a Tiziano venne eretto nell’800 nella seconda campata destra, dove
secondo la tradizione riposano le spoglie del maestro. Alle spalle
della chiesa è la Scuola Grande di S. Rocco, eretta dal 1516 al
1560. Le vaste sale dell’interno sono decorate dal ciclo di grandi
tele di Tintoretto (1564-87), che segnano l’apice della sua arte:
salendo il grandioso scalone di Scarpagnino si raggiunge la sala
dell’Albergo che accoglie nel soffitto ligneo il San Rocco in
gloria e sulla parete una Crocifissione; nell’imponente Sala
Maggiore sono ventuno le tele dipinte dal maestro, mentre alle
pareti imperano le Storie del Nuovo Testamento e, sull’altare, la
Gloria del santo; il salone terreno è riservato a otto tele
dipinte fra il 1583 e il 1587.
Tintoretto è protagonista anche alla chiesa di S. Rocco, rifatta
nel ’700, con due dipinti alla parete destra e quattro grandi tele
nel presbiterio.
Tornando verso il ponte di Rialto si attraversa campo S. Polo, uno
dei più grandi e caratteristici di Venezia, un tempo luogo di
feste e giochi, fiancheggiato da edifici dei secoli XIV-XVIII, tra
cui spicca il palazzo Maffetti-Tiepolo (1712); opposta alla lunga
palazzata è l’abside dell’antica chiesa di S. Polo, ristrutturata
a inizio ’800. Più oltre, CampoS. Aponal è un piccolo ma vivace
luogo di transito che accoglie l’ex chiesa di S. Aponal, di forme
gotiche.
Ss. Giovanni
e Paolo, S. Maria dei Miracoli e la Ca’ d’Oro
Le grandi chiese dei due ordini predicatori medievali sembrano
presidiare spiritualmente la città da siti giustapposti: i Frari
dei francescani a ponente, Ss. Giovanni e Paolo
dei domenicani a nord di piazza S. Marco. In questo percorso alle
spalle della piazza e in una parte del sestiere di Castello si
giunge alla chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo e
al suo campo dopo
aver visitato la Pinacoteca Querini Stampalia, preziosa
introduzione alla vita di Venezia nel passato. L’itinerario
prosegue passando per la delicata e lombardesca S. Maria dei
Miracoli per poi affacciarsi alla luce del Canal Grande,
all’altezza della Ca’ d’Oro.
Palazzo Querini Stampalia (1528) fronteggia il piccolo e
suggestivo campiello omonimo. Dal 1869 è sede della Fondazione e
della Galleria Querini Stampalia, in cui sono
raccolti oltre quattrocento dipinti dei secoli XIV-XX, tra i quali
opere di Bellini, Palma il Vecchio, Luca Giordano, Tiepolo e
Longhi.
Animato da un piccolo mercato e da affollati caffè è il campo S.
Maria Formosa, contornato da edifici cinquecenteschi e articolato
in diversi spazi dalla particolare posizione della chiesa omonima,
ricostruita nel 1175 e ancora nel 1492 da Codussi. La complessa
scansione dello spazio interno, di intensa e vibrante luminosità,
valorizza il trittico di B. Vivarini (1473) e il polittico (1509
ca.) di Palma il Vecchio. Proseguendo verso nord si giunge
in campo dei Ss. Giovanni e Paolo, la “piazza” più monumentale di
Venezia dopo quella di S. Marco, ornata al centro dalla statua
equestre di Bartolomeo Colleoni, capolavoro della statuaria
rinascimentale. L’imponente facciata in cotto, rimasta incompiuta,
della chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo, e quella adiacente della
Scuola di S. Marco creano uno degli episodi architettonici più
rilevanti della città.
La basilica dei Ss. Giovanni e Paolo (S. Zanipòlo) è con i Frari
il più grandioso esempio di architettura gotica veneziana.
Eretta dai domenicani fra il 1246 e il 1430, divenne il luogo dei
solenni funerali dei dogi.
Splendide le absidi traforate da lunghi finestroni trilobati.
L’interno, di inusitate proporzioni, racchiude il monumento al
doge Pietro Mocenigo di Lombardo (1476-81), quello al doge Andrea
Vendramin (Pietro e Tullio Lombardo) e quello gotico al doge Marco
Corner (morto nel 1368). Preziosa la cappella di S. Domenico
(1690-1716), sul cui soffitto intagliato e dorato trionfa la
Gloria di san Domenico di Piazzetta (1725-27). Nel transetto
destro una pala di Lotto (1542) prende luce dalle cangianti
vetrate del finestrone a trafori gotici, mentre da quello sinistro
si accede alla cappella del Rosario, con tele di Veronese.
Nella Scuola Grande di S. Marco, opera di Lombardo e Giovanni
Buora conclusa da Codussi (1487-95), sono custodite opere di Palma
il Giovane e Tintoretto. Dal salone
terreno della Scuola si accede all’ex convento domenicano dei Ss.
Giovanni e Paolo, ora Ospedale civile, ricostruito da Longhena nel
1660-75 su un impianto duecentesco.
Più discreta è S. Maria dei Miracoli, che si staglia isolata nello
stretto campo dei Miracoli: eretta (1481-89) da Lombardo e figli,
è uno dei primi e più felici esempi di architettura rinascimentale
veneziana. Lo spazio interno ripropone il ritmo e la misura
dell’esterno nel rivestimento marmoreo e nella volta a botte con
cassettonato ligneo dipinto.
Attraversando il rio di S. Lio sul ponte del Teatro, ci si dirige
verso la chiesa di S. Giovanni Crisostomo; dietro la semplice
facciata rinascimentale, la chiesa custodisce
il capolavoro della vecchiaia di Bellini (Santi Cristoforo,
Girolamo e Agostino, 1513) e una nota pala di Sebastiano del
Piombo (1509 ca.).
Attraversando le corti nella zona retrostante la chiesa, in cui si
intrecciano storia e leggenda (nella corte Seconda del Milion il
n. 5845 corrisponde alla presunta casa di Marco Polo), si arriva
in campo Ss. Apostoli, dominato dalla chiesa omonima ristrutturata
nel 1575.
Da qui si diparte la Strada Nuova, così denominata dai veneziani
per la sua estraneità a dimensioni (è larga 10 m) e ritmi alla
città; definita lungo il lato meridionale dalle facciate
secondarie dei palazzi prospicienti il Canal Grande, è l’arteria
che dal 1871 mette in comunicazione Rialto con la stazione
ferroviaria. Sulla sinistra, nella calle omonima, è l’ingresso
alla Ca’ d’Oro, residenza di mercanti tipica della tradizione
veneziana, sviluppata intorno a un suggestivo cortile.
Sede della Galleria Giorgio Franchetti, le stanze che
fiancheggiano gli ampi porteghi aperti con logge sul canale sono
ornate dal San Sebastiano di Andrea Mantegna (1506),
da dipinti di Antonio Vivarini, Carpaccio, Luca Signorelli e
altri, e da sculture di Pier Jacopo Alari e T. Lombardo. Una scala
quattrocentesca sale al secondo piano, dove
si trovano opere di Tiziano, Tintoretto, Hubert van Eyck,
Francesco Guardi, bozzetti di Gian Lorenzo Bernini e affreschi di
Pordenone.
Cannaregio:
dagli Scalzi ai Gesuiti
L’itinerario si svolge interamente nel sestiere di Cannaregio,
settore nord-occidentale della città compreso tra il Canal Grande
e la Laguna: dalla chiesa degli Scalzi, nei pressi della stazione
ferroviaria di S. Lucia, si snoda tra importanti centri religiosi,
animati percorsi cittadini e campi solitari; risale un trattodell’ampio
canale di Cannaregio, poi si addentra nel Ghetto, caratterizzato
da alte casetorri e preziose sinagoghe. Il percorso si conclude
nelle aree nordorientali del sestiere.
Sede sin dalla sua nascita di attività produttive di cui resta
testimonianza nella toponomastica delle calli, il sestiere è
dominato dalle chiese di S. Giobbe e degli Scalzi. La prima,
ricostruita in forme gotiche dal 1450 e ultimata da P. e T.
Lombardo in forme rinascimentali, è arricchita da un portale con
raffinata decorazione; nella cappella trecentesca, uno splendido
soffitto rivestito in terracotta invetriata policroma, unico
esempio a Venezia di arte dei Della Robbia. La chiesa degli Scalzi
invece, eretta da Longhena a partire dal 1654 per i carmelitani
scalzi, rimanda nell’impianto e nello sfarzo decorativo
dell’interno al barocco romano.
Varcando il ponte dei Tre Archi o il ponte delle Guglie si
raggiunge l’opposta fondamenta di Cannaregio che delimita la zona
del Ghetto, dove dal 1516 al 1797 furono confinati gli ebrei. La
preesistenza in zona di fonderie di cannoni, in cui veniva
eseguita l’operazione di “ghetto” o “getto” (colata di metallo),
ne determinò il toponimo. Nel compatto tessuto edilizio,
l’affiorare di piccole cupole segna la presenza delle cinque
sinagoghe. Le più antiche – fra cui la Scuola Canton – sorgono sul
campo del Ghetto Nuovo, sopra i portici a colonne che ospitavano
le botteghe artigianali e i banchi di pegno. A dominarlo, il Museo
ebraico, che raccoglie interessanti esempi dell’arte ebraica
veneziana dei secoli XVII-XIX.
Pochi i campi che si aprono in zona: fra questi, il solitario S.
Alvise, su cui prospetta l’omonima chiesa di origine trecentesca
che custodisce dipinti di Tiepolo, e il piccolo e
suggestivo campo-sagrato su cui affaccia la chiesa della Madonna
dell’Orto (XV secolo).
Sulla bella facciata tripartita, decorata con statue e un ricco
portale, si alternano elementi di transizione dal romanico al
gotico e dal gotico al rinascimento; sul retro si leva il
campanile quattrocentesco. L’interno a tre navate, di grande
luminosità, è scrigno di capolavori di Cima da Conegliano e
Tintoretto.
Costeggiando la Laguna, si giunge alla chiesa di S. Maria della
Misericordia, fondata con l’abbazia nel X secolo e più volte
ristrutturata, quindi al quattrocentesco prospetto della Scuola
Vecchia di S. Maria della Misericordia (1310), una delle Grandi
della città. Al di là del canale della Misericordia si costeggia
il palazzo Zen (1534 ca.), sintesi di modi bizantini e
rinascimentali. Il percorso termina ai Gesuiti, l’originaria
chiesa dei crociferi ricostruita tra il 1715 e il 1730 da Rossi.
L’eccezionalità del luogo di culto sta nella virtuosistica e
sfarzosa decorazione interna in marmi, stucchi e affreschi sulla
copertura a volte e a cupola che frantuma l’amplissimo spazio
dell’unica navata, sfoggiando opere di Tiziano e Tintoretto. Dalla
chiesa dei Gesuiti si possono raggiungere le Fondamenta Nuove, da
cui si gode la splendida vista del cimitero, della chiesa di S.
Michele e di Murano.
Campo S.
Zaccaria, l’Arsenale, le Rive. Le isole di San Giorgio e della
Giudecca
Le Rive sono la passeggiata panoramica per eccellenza di Venezia,
aperta sul bacino di S. Marco e sulle rive della Laguna. Seguendo
questo itinerario, vi si arriva dopo aver
ammirato chiese di grande interesse artistico, e dopo aver reso
omaggio alla tradizione marinara veneziana con una visita
all’Arsenale.
Il percorso raggiunge via traghetto la Giudecca, e prosegue lungo
le fondamenta che delineano il fronte dell’isola, toccando i
complessi palladiani del Redentore e delle Zitelle per poi
concludersi sull’isola di San Giorgio Maggiore.
Alle spalle di S. Marco, attraversato campo S. Provolo, si entra
per un portale in stile gotico fiorito in campo S. Zaccaria,
dominato dalla facciata dell’omonima chiesa, alla cui destra
svetta un caratteristico campanile in cotto (XIII secolo), mentre
a sinistra si delineano le arcate del chiostro cinquecentesco. Il
campo è chiuso a nord da arcate tardo-quattrocentesche che
delimitavano il cimitero abbaziale. La chiesa, eretta nel corso
del XV secolo in forme gotiche, fu terminata da Codussi (1483-90)
cui compete la facciata in pietra bianca a più ordini, una delle
più tipiche creazioni del rinascimento veneziano. Sovrasta il
portale la statua del santo, opera di Vittoria. L’interno a tre
navate, arioso e luminoso, custodisce una Madonna in trono e santi
di Bellini (1505), e dipinti di Tintoretto e Tiepolo. Proseguendo
si incontra S. Giorgio dei Greci (1561), appartenente alla
comunità greco-ortodossa: ricca di pitture e icone bizantine, è la
più importante fra le chiese “straniere” nella Venezia del
rinascimento. Sulla sinistra della facciata, presso l’Istituto
ellenico ha sede il Museo dei Dipinti sacri bizantini, che
raccoglie icone bizantine, arredi sacri e oggetti di culto.
Ai margini dei più frequentati percorsi pedonali, il campo
Bandiera e Moro, di suggestiva bellezza, è definito a nord dal
prospetto di palazzo Gritti (fine XIV secolo).
Vi sorge la chiesa di S. Giovanni in Bràgora, rifatta a partire
dal 1475: l’interno, dalle originarie linee gotiche, custodisce
dipinti di Cima da Conegliano, Alvise e B. Vivarini.
Oltrepassata la chiesa di S. Antonin si giunge alla Scuola di S.
Giorgio degli Schiavoni, eretta dalla confraternita dei dalmati (schiavoni).
La facciata, di gusto sansoviniano,
è del 1551, mentre la sala a pianterreno custodisce un celebre
ciclo pittorico di Carpaccio (1501-11), considerato uno dei suoi
capolavori. Superato palazzo Contarini, si entra nell’articolato
spazio urbano di campo di S. Francesco della Vigna, la cui
sistemazione attuale risale al XVI secolo. La grande chiesa di S.
Francesco della Vigna, edificata su progetto di Sansovino a
partire dal 1534, vanta una grandiosa facciata classicheggiante,
opera di Andrea Palladio (1564-70). L’interno, a croce latina con
un’unica, vasta navata, conserva opere di Lombardo, Veronese e
Palma il Giovane, oltre a una Madonna col Bambino e santi di
Bellini, del 1507.
Una cinta di alte mura merlate, circondate da canali, delimita il
grandioso complesso di cantieri dell’Arsenale, risalente agli
inizi del ’200 ma più volte ampliato nel corso dei secoli, da cui
uscivano le flotte veneziane.
L’area dell’Arsenale è di notevole interesse storico e
architettonico: al suo interno si trovano tra gli altri l’edificio
del Bucintoro, ricovero dell’imbarcazione usata dal doge nella
cerimonia dello sposalizio col mare per la Sansa; le Gaggiandre,
due grandiosi cantieri acquatici costruiti fra il 1568 e il 1573
su progetto attribuito a Sansovino; le Corderie della Tana, dove
si conservava la canapa e si torcevano le gòmene per le navi. Dal
ponte dell’Arsenale si accede a campo S. Biagio, dove ha sede il
Museo storico navale che documenta con cimeli, modelli, incisioni
eplastici la storia della Marina Veneziana (secoli XVI-XVIII) e
della Marina Militare Italiana dal 1860 a oggi.
Prima di tornare verso il Canal Grande, ci si può concedere una
piacevole passeggiata nella grande area verde dei Giardini
Pubblici, dove sorgono i vari padiglioni nazionali della Biennale
d’Arte, che riflettono le tendenze architettoniche dei singoli
paesi.
Dalla riva S. Biagio e oltre la riva Ca’ di Dio, lungo il bacino
di S. Marco, si estende la riva degli Schiavoni che deve il nome
ai marinai della Schiavonia o Slavonia (l’odierna
Dalmazia), che qui ormeggiavano i loro navigli.
Percorrendola in direzione di S. Marco si incontra la
settecentesca chiesa di S. Maria della Visitazione, con affreschi
di Tiepolo, seguita dall’imponente monumento equestre a
Vittorio Emanuele II (1887). Oltre il ponte del Vin, la riva
acquista un carattere spiccatamente turistico. Vi prospettano il
gotico palazzo Dandolo (XV secolo), sede del
celebre Hotel Danieli, e il poderoso palazzo delle Prigioni
(1589-1614), il cui fronte bugnato richiama nelle proporzioni e
nelle forme classiche quello degli edifici marciani.
Da riva degli Schiavoni o dalle Zattere ai Gesuati è possibile
imbarcarsi per l’isola di San Giorgio Maggiore, nota per l’omonimo
complesso conventuale benedettino e per la
splendida vista che, da S. Marco, ha ispirato pittori di ogni
epoca e continua a incantare
anche oggi. La costruzione della chiesa di S. Giorgio Maggiore fu
iniziata da Palladio nel 1566 e portata a termine nella prima metà
del ’600 dopo la sua morte. Solenne l’interno a tre navate
arricchite da notevoli capolavori pittorici: Madonna in trono e
santi di Sebastiano Ricci (1708), Ultima cena e Raccolta della
manna (1594) di Tintoretto, il magnifico coro ligneo intagliato da
Albert van der Brulle e Gasparo Gatti, San Giorgio uccide il drago
di Carpaccio (1516). Dal campanile (1791) è splendida la vista
sulla città e la Laguna.
A fianco della chiesa si erge il monastero di S. Giorgio Maggiore,
sede della Fondazione Giorgio Cini, complesso di ambienti
articolato attorno a due chiostri, con interventi di alcuni dei
maggiori architetti del XV, XVI e XVII secolo: Palladio, Giovanni
e Andrea Buora, Longhena. Al piano terreno, sulla parete di fondo
del refettorio progettato da Palladio, Sposalizio della Vergine di
Tintoretto; un monumentale scalone a due rampe di Longhena
(1643-44) sale al primo piano, dove la sontuosa biblioteca
longheniana accoglie oltre 100.000 volumi di storia dell’arte.
Una volta salpati, si prosegue verso l’isola della Giudecca:
stretta e allungata fra il canale omonimo e la Laguna sud, derivò
forse il nome dagli insediamenti di ebrei qui
presenti in età medievale. Grazie alla posizione decentrata ma
inserita nel bacino di S. Marco, divenne dal XVI secolo luogo di
delizie e di ozio, ove le residenze dei nobili si
alternavano a orti, monasteri e giardini. Una lunga passeggiata
sulla fondamenta, che assume nomi diversi nei successivi tratti,
percorre tutta l’isola, offrendo una splendida
vista sul canale della Giudecca. Dalle Zitelle, complesso
costituito dalla chiesa e dall’ospizio per giovani povere
realizzato fra il 1579 e il 1586 su progetto di Palladio, si
raggiunge la chiesa del Redentore, affacciata sulla fondamenta di
S. Giacomo. Tempio votivo voluto dal Senato nel corso di una grave
pestilenza, la chiesa è uno dei capolavori di Palladio; iniziata
nel 1577, fu conclusa da Antonio da Ponte nel 1592. Si presenta
con una facciata di linee classicheggianti e un sobrio, maestoso
interno con un colonnato che gira lungo le pareti dell’unica
navata e del presbiterio. La decorazione pittorica e scultorea è
incentrata sul tema della redenzione (Ascensione di Tintoretto e
aiuti; Risurrezione di Francesco Bassano il Vecchio), cui si
aggiungono la Deposizione di Palma il Giovane e, in sagrestia,
Madonna con Bambino di Alvise Vivarini e Battesimo di Gesù di
Veronese. Proseguendo verso ovest si percorre la fondamenta di S.
Eufemia, con la chiesa omonima dell’XI secolo. Si continua lungo
la fondamenta di S. Biagio, definita da palazzetti edificati dal
’400 alla fine della Repubblica. La fondamenta muore a un ponte
metallico ormai chiuso; in uno scenario che ricorda i dock dei
nebbiosi porti del nord, oltre il rio si staglia l’imponente mole
neogotica dell’ex mulino Stucky (1896). |
LA LAGUNA
«Sembra che con le vostre barche
scivoliate sui prati... la vostra casa è sui
canneti come quella degli uccelli... davanti
alla porta delle case, fatte di vimini e
canne, legate le vostre barche»; così
scriveva Cassiodoro ai lagunari del tempo
di Teodorico. In qualche angolo della
Laguna (52 km di estensione lungo la
costa adriatica e dagli 8 ai 14 km tra il
mare e la terraferma per una superficie di
550 km2) si possono ancora avere le
stesse impressioni. Del resto, la geografia
di oggi è quale la foggiò la Serenissima
nella sua ostinata difesa dall’azione del
mare e dei fiumi: fra terre emerse, isole
coltivate o urbanizzate, barene e valli di
pesca, i canali e le paludi modellate dai
flussi deltizi delineano un paesaggio che
cambia continuamente per il sole, la
nebbia, il vento, le nuvole, la stagione e la
marea che, con flusso e riflusso, è da
sempre il palpito di vita di questo ambiente
unico. Il modo migliore per scoprirlo è
imbarcarsi su un traghetto da Venezia,
alla volta dell’isola da cui ci si sente più
attratti. E da questa alla successiva...
Abitata dai camaldolesi sin dal 1212, l’isola di
San Michele fu importante centro spirituale
e culturale. La sua attuale destinazione risale
al 1837, quando venne unita alla contigua San
Cristoforo della Pace che Napoleone aveva
destinato a cimitero di Venezia. Il piazzale
d’approdo, con pavimentazione a losanghe a
due colori che ricorda le onde della Laguna,
è delimitato dall’elegante facciata
rinascimentale della chiesa di S. Michele e
dall’attiguo convento. Bianche croci tutte
uguali, rari monumenti e neri cipressi
caratterizzano il cimitero, dove sono sepolti illustri personaggi,
veneziani per amore, tra cui
Igor Stravinskij, Sergej Djagilev ed Ezra Pound.
Con lo stesso vaporetto si giunge a Murano,
la più popolosa fra le isole della Laguna
settentrionale (5000 abitanti ca.), che deve la
sua ricchezza al decreto della Serenissima del
1291, in seguito al quale, per allontanare dalla
città il rischio di incendi, furono trasferite nelle
cinque isolette che la compongono le vetrerie
veneziane. Questa industria secolare ha
plasmato, oltre a vetri ricercatissimi, anche il
volto dell’isola: sul fronte verso la Laguna si
allineano i retri delle vetrerie; il seicentesco
palazzo Giustinian ospita il Museo dell’Arte
vetraria; la fondamenta dei Vetrai, con
l’opposta Manin, è il luogo d’insediamento
delle prime fornaci. Divide l’isola un Canal
Grande minore su cui affacciano dimore
auliche, modeste casette, palazzotti dell’antica
borghesia mercantile, botteghe e laboratori del
vetro. Al di là della fondamenta Giustinian, di
fronte all’approdo del vaporetto, il palazzoTrevisan (1557) presenta una facciata dai
caratteri innovativi, mentre rivolge al canale la
sua splendida abside il Duomo, dedicato ai
santi Maria e Donato, tra i più antichi (V
secolo, ma ricostruito nel XII) e significativi
esempi di architettura veneto-bizantina in
Laguna. Dal ponte Vivarini o Ponte Lungo, in
ferro, si scende sulla fondamenta cui dà nome
il quattrocentesco palazzo Da Mula; da qui
poco dista la chiesa parrocchiale di S. Pietro
Martire, che accoglie due tele di Giovanni
Bellini e un San Girolamo nel deserto
(1566 ca.) di Paolo Veronese.
Mazzorbo fu luogo d’ozi per i romani di
Altino. Oggi i pochi orti rimasti si raccolgono
intorno alla chiesa di S. Caterina, edificio dalle
sobrie linee romanico-gotiche. L’isola è
collegata da un ponte a Burano: un nome solo
per quattro isolette punteggiate di case
variopinte e barche da pesca, che con i loro
singolari cromatismi spiccano compatte fra le
isole lagunari. Nonostante il consistente calo
demografico, persiste qui l’esercizio dei
mestieri storici quali la pesca secondo pratiche
tradizionali e l’arte del merletto, fiorita sin dal
‘500 e rilanciata nell’800 con la creazione della
scuola e del laboratorio tuttora operanti.
Percorrendo via Galuppi si raggiunge l’ampio
spazio di piazza Baldassarre Galuppi su cui
affacciano la chiesa di S. Martino (XVI secolo),
ornata nella navata sinistra da una
Crocifissione di Giambattista Tiepolo (1725
ca.), e due edifici gotici, uno dei quali è sede
del Museo del Merletto. Prossimo alla chiesa
di S. Martino è l’approdo dei mezzi privati per
l’isola di San Francesco del Deserto, folta di
cipressi, che ospita un romitorio francescano
duecentesco. Dal policromo abitato di Burano
la vista spazia a nord su alvei, barene solcate
da canali, paludi e l’inconfondibile profilo di
Torcello. Culmine della Laguna nord,
quest’isola conserva le tracce di una città
scomparsa per il progressivo impaludamento.
Erede di Altino romana, l’importante centro
cresciuto tra V e X secolo raggiunse persino i
20.000 abitanti, ebbe un vescovo, un porto, le
saline, quando Venezia realtina non era ancora
nata. Oggi è un’isola di orti che conta poche
decine di abitanti e produce primizie e carciofi.
Del nucleo urbano originario rimane solo il
centro monumentale, spiazzo erboso intorno al
quale sono disposti edifici emblematici della
ricchezza e della civiltà artistica di un tempo:
la severa cattedrale dedicata a santa Maria
Assunta, risalente al VII secolo ma rifatta
nell’XI, è preceduta dai resti del Battistero e
da un nartece che la collega alla chiesa
romanica di S. Fosca. Di straordinaria
unitarietà stilistica e tematica l’apparato
musivo realizzato tra l’XI e il XIII secolo.
Accanto al Duomo, il campanile quasi millenario segnala da lontano
il luogo.
Insieme alla penisola di Cavallino e all’isola di
Pellestrina, il Lido di Venezia divide la
Laguna dal mare Adriatico, allungandosi per
circa 12 km. Con il traghetto si approda sul
pontile davanti a piazzale S. Maria Elisabetta,
da cui la vista si apre sull’isola conventuale di
San Lazzaro degli Armeni. Da qui si dipartono
via Sandro Gallo e il gran viale S. Maria
Elisabetta, attorno ai quali si è definita la
struttura urbanistica del centro moderno. Ma
delle moderne località turistiche il Lido ha ben
poco: residenza estiva dei ricchi veneziani che
trascorrevano la villeggiatura nelle raffinate
ville liberty che punteggiano il lungomare, fra
’800 e ’900 era altresì la spiaggia di quell’alta
società mitteleuropea di cui alcuni alberghi
conservano ancora gusto e nomi: si pensi
all’Hotel Ungaria, al leggendario Grand Hotel
des Bains, da decenni meta prediletta di artisti
e intellettuali, al Grand Hotel Excelsior, in eccentrico ma ormai
familiare stile moresco.
Vicino sorgono il Casinò municipale e il palazzo
della Mostra del Cinema che, ospitando ogni
settembre il festival cinematografico,
contribuisce a esaltare il magico dualismo del
Lido, sospeso tra sognanti evocazioni retró e
brillanti approdi nella mondanità. All’estremità
nord-orientale dell’isola si staglia il convento di
S. Nicolò; nella parte meridionale, oltre
Malamocco, si estende la
località turistica di
Alberoni.
Al di là del porto-canale di Malamocco si
sviluppa l’isola di Pellestrina, storicamente
votata ad attività lagunari, quali pesca e
cantieristica, e costellata di piccoli centri di
antica origine che oppongono al mare i
murazzi, ricostruiti dopo la mareggiata del
1966; la poderosa diga di circa 11 km,
edificata fra il 1774 e il 1782, fu l’ultima
grande opera della Repubblica al tramonto.
Lasciato l’abitato di Santa Maria del Mare, si
raggiunge la frazione di San Pietro in Volta. Su
un allungato spiazzo alberato prospetta la
parrocchiale di S. Pietro (X secolo), con
facciata settecentesca. Proseguendo
s’incontrano il borgo marinaro di Portosecco e
la frazione di Pellestrina, la più popolata
dell’isola, da cui una stradina sterrata conduce
nella riserva naturale del bosco di Ca’ Roman,
e quindi al molo nord del porto di Chioggia,
estremità meridionale dell’isola.
Al di là del canale è Chioggia, una Venezia
“popolana” in cui circolano le auto, che chiude
il fronte lagunare sud. Con i suoi quasi 52.000
abitanti è il secondo nucleo urbano più grande
della Laguna e si sviluppa su quattro isole
principali. Presenta un’originale pianta a spina
di pesce centrata sul rettilineo canale della
Vena, dove un tempo alle case colorate
facevano da contrappunto le vele delle barche
da pesca; perpendicolari alla piazza e al
canale, tante calli strette, con qualche campo
o corte in cui riecheggiano chiacchiere e
baruffe goldoniane in dialetto chioggiotto. Alla
dorsale del canale della Vena corre parallelo
corso del Popolo, asse di terra lungo il
quale si sviluppa il centro insulare:
animato centro civico e luogo di
passeggio punteggiato da trattorie,
ristoranti e caffè, assunse l’attuale
importanza prospettica e visiva tra ‘600 e ‘700,
quando vi si orientarono le fronti di molti
palazzi. Percorrendolo da nord (entrando dalla
Laguna si approda in piazzetta Vigo) si
oltrepassano: la fronte barocca della chiesa di
S. Andrea, affiancata da un isolato campanile
veneto-bizantino; il portico in pietra d’Istria del
Granaio (1322), sotto a cui ancor oggi si svolge
il vivace mercato del pesce; l’ottocentesco
Palazzo Comunale, diviso da uno slargo dalla
chiesa della SS. Trinità (all’interno affreschi di
Palma il Giovane). Si raggiunge infine il campo
su cui prospetta il Duomo (XI secolo),
ricostruito a seguito dell’incendio del 1623 su
disegno di Longhena. Collegato al Duomo è il
grazioso oratorio gotico di S. Martino (1392),
interamente in cotto. All’altro lato della chiesa
si apre il più suggestivo angolo di Chioggia: la
verdeggiante Piazza Vescovile, delimitata da
una balaustrata marmorea e chiusa sul fondo
dal settecentesco Palazzo Vescovile. Merita
un’escursione l’isola di San Domenico da cui,
dopo aver ammirato la chiesa omonima (dipinti
di Carpaccio e Leandro Bassano), si può vedere
l’ampio litorale di Sottomarina, con le sue
lunghe spiagge assolate sul mare aperto.
IL LITORALE DA MESTRE A CÀORLE
Accanto al suggestivo intrico lagunare,
Venezia vanta un dolce litorale che
permette di associare alla visita del
capoluogo una vacanza di sole, spiagge e
natura, sempre all’insegna della cultura e
dei colori locali; il Veneto orientale è
infatti un territorio ricco di storia, con un
interessante patrimonio monumentale di
età romana e medievale. Il paesaggio
sfuma dalla terra all’acqua, dai reticoli
degli appezzamenti alle barene, fino al
mare aperto. Partendo da Mestre,
l’itinerario segue la costa toccando noti
centri balneari come Lido di Jèsolo e
Càorle, per poi spingersi nell’entroterra.
Centro portuale al margine occidentale
della Laguna, dove ha inizio il ponte
ferroviario e stradale per Venezia, nel
’700 Mestre era luogo di villeggiature
patrizie; dopo il primo conflitto
mondiale, con la costruzione di Porto
Marghera prima e del polo chimico
poi, conobbe un’eccezionale crescita
urbana e demografica. Nell’ultimo
trentennio ha accolto quanti hanno
abbandonato la Venezia insulare,
ma oggi l’immagine di Mestre
come periferia residenziale
cresciuta a fianco dell’area
industriale è cambiata, grazie alla
riqualificazione del centro storico.
Oltrepassato il piccolo borgo di
Altino con la sua area
archeologica romana e
l’interessante museo annesso, il
percorso prosegue alla volta di
Jèsolo, centro moderno con un
passato di vicus romano. In
località Le Mure conserva le
fondazioni di due basiliche, resti significativi
della città antica: la prima è dei secoli VIII-IX;
la seconda (ricostruita nel dopoguerra) risale
all’XI secolo, ma venne edificata su una
precedente aula paleocristiana. A poco più di
3 km sorge uno dei più rinomati centri balneari
dell’alto Adriatico, Lido di Jèsolo: 12 km di
arenile finissimo fronteggiato da bassi fondali
con i caratteristici pontili protesi nell’acqua.
All’estremità occidentale la spiaggia continua
lungo il litorale di Cavallino, una lingua di
terra che chiude al mare Adriatico la Laguna
nord, raggiungibile in motonave anche da
piazza S. Marco. Da Punta Sabbioni, il cui faro
segnala l’accesso principale alla Laguna,
transitavano i velieri carichi di spezie e di
merci provenienti dall’Oriente. La foce del
Sile, il faro e la darsena turistica e poi,
risalendo lungo il fiume, il canneto e i
pescherecci, fanno di questo antico ponte
daziario un parco balneare di grande
fascino floro-faunistico. La spiaggia
sabbiosa con la sua estesa pineta è
frequentata dai campeggiatori.
Tornando verso Lido di Jèsolo, lungo il
rettilineo della Piave Nuova si giunge
a Eraclea Mare, frequentato
centro balneare alle cui spalle si
riconosce il cordone di dune che
separava il mare dalle paludi. A
ovest dell’abitato è la laguna del
Morto (detta “el Mort”). Alla foce
del Livenza si trova invece Porto
Santa Margherita, altra vivace
località marittima che vanta una
delle darsene più attrezzate
dell’Adriatico. L’itinerario costiero
prosegue verso Càorle, noto centro
balneare di antiche origini, già porto
romano nel I secolo a.C. Il nucleo
antico, un tempo solcato da tre rii
paralleli alla linea di spiaggia, ha conservato
la struttura urbana a tridente, incentrata sulle
due antiche isole. Nella piazza principale sorge
la cattedrale (1038), eretta su una basilica
tardocarolingia; nel catino absidale è la “pala
d’oro”, in realtà d’argento, con formelle
bizantine e gotico-veneziane (secoli XII-XIV).
A nord di Càorle, verso l’interno, sorge il
centro agricolo di Concordia Sagittaria, che
conserva uno dei siti archeologici romani e
paleocristiani più suggestivi del Veneto: nel
1873 un ritrovamento casuale nell’abitato,
sorto come vicus romano all’incrocio tra la via
Postumia e la via Annia, diede inizio alla
riscoperta della città distrutta dagli unni nel
452. Dal piazzale della cattedrale, una scala
scende alla Basilica Apostolorum, chiesa
paleocristiana (IV secolo) che conserva parte
della pavimentazione musiva. Al fianco destro
della cattedrale è il Battistero (1089). Il Museo
civico archeologico raccoglie oggetti di età
romana, paleocristiana e altomedievale.
Poco distante è Portogruaro: il mare è a 19
km, ma “porto” lo fu, per via del Lémene che
vi scorre rigando pigro la piana, per almeno
mezzo millennio, fino al declino del ‘600.
Pregevole è il nucleo storico, disposto lungo
due assi principali paralleli al corso d’acqua.
Si trova in piazza della Repubblica l’edificio più
importante della città: la Loggia Comunale, il
cui corpo centrale venne ricostruito fra il 1372
e il 1379. La piazza è ornata da una vera da
pozzo con due gru in bronzo, simbolo della
cittadina. Tangente alla piazza, corso Martiri
della Libertà è l’asse principale del borgo
antico, chiuso dalla cinta muraria duecentesca.
Il Museo nazionale concordiese, che conserva i
reperti del sepolcreto paleocristiano di
Concordia Sagittaria, fu istituito nel 1885 ed è
oggi uno dei musei archeologici più importanti
dell’Italia settentrionale. |