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VENEZIA

LA CITTÀ
Sembra nascere dal nulla, all’incontro di due infiniti, l’acqua e il cielo: Venezia (m 1; ab. 275.000 ca.) da secoli folgora il visitatore con la sua singolare bellezza. Il compatto tessuto architettonico di palazzi, chiese, ponti, calli e campielli lascia appena trapelare gli elementi ambientali e funzionali che formano la sua trama: sopra e dentro la Laguna i rii interni, il Canal Grande e i ponti che lo attraversano, il porto, la stazione, il rettilineo nastro della ferrovia e della strada che la collegano alla terraferma. La sua lunga, gloriosa stagione politica e artistica è durata un millennio (per tradizione si contano 120 dogi); la città è stata per oltre un secolo cuore pulsante del Mediterraneo e del commercio mondiale; nel suo tramonto dorato e voluttuoso ha saputo ancora essere capitale europea del teatro, delle feste, della gioia di vivere. «Quei giorni sono andati, ma la bellezza è ancora qui» diceva Byon, e le sue parole sono ancora attualissime.
L’area marciana
Emblema della città, piazza S. Marco è nata dal preciso intento di rispecchiare la potenza della Repubblica e la cultura del patriziato che la reggeva: il doge, che abitava nel Palazzo Ducale, faceva in processione il giro della piazza fino alla cappella dogale, in S. Marco; nel palazzo deliberavano gli organi di governo e si giudicavano gli inquisiti che, a volte, finivano giustiziati tra le colonne della piazzetta; sotto il porticato si arruolavano invece gli equipaggi destinati alle galee pronte a salpare verso lidi lontani.
Percorrendo a piedi il lastricato secolare di questo itinerario ci si addentra nel cuore della Serenissima: il sestiere tra S. Marco e Rialto, definito da un’ansa del Canal Grande e dall’antico asse commerciale delle Mercerie, è stato il nucleo originario dell’intera struttura urbana veneziana. La piazza è cinta da palazzi a portici continui, sotto i quali si aprono caffè e botteghe (celebre il settecentesco Caffè Florian), e ha come sfondo la basilica di S. Marco con l’alto campanile.
A sinistra della basilica, delimitata dal Palazzo Patriarcale (1837-70), si apre la piazzetta dei Leoni, che prende il nome dai due leoni settecenteschi in marmo rosso di Verona. Definiscono il lato settentrionale di piazza S. Marco le Procuratie Vecchie, lungo edificio a due ordini di logge edificato nel XIIsecolo e ristrutturato nel XVI con l’intervento di Jacopo Sansovino. Le affianca a est la torre dell’Orologio (1496-99), in cima alla quale le statue in bronzo dei due Mori battono le ore su una grande campana, mentre di fronte si allungano le Procuratie Nuove, iniziate nel 1582 da Vincenzo Scamozzi e terminate verso la metà del ’600 da Baldassarre Longhena.
Attualmente l’edificio ospita alcune sale del Civico Museo Correr, dove si possono ammirare dipinti di scuola veneziana dal ’300 al ’500, di ferraresi, fiamminghi e tedeschi: capolavori di Jacopo Bellini (Crocifissione) e dei figli Gentile e Giovanni, di Carpaccio, Cosmè Tura, Antonello da Messina, Lorenzo Lotto. Nello stesso palazzo hanno sede il Museo del Risorgimento e il Museo archeologico, che vanta un’importante raccolta di sculture greche e romane. Chiude il lato minore della piazza la neoclassica Ala Napoleonica. Sullo sfondo dell’isola di S. Giorgio, piazzetta S. Marco, scandita dalle due colonne su cui poggiano il leone di san Marco e la statua di san Teodoro, fungeva da porta trionfale della città.
La piazzetta è delimitata dal fronte di Palazzo Ducale, massima espressione dell’architettura gotica veneziana. Fondato nel IX secolo, assunse l’attuale struttura fra ’300 e ‘400; la facciata, svuotata da un portico a pianterreno e da una loggia traforata al primo piano, introduce nelle sale dell’appartamento del doge e del Consiglio della Serenissima, con affreschi e dipinti di Tiziano, Tintoretto, Veronese. Di fronte, la Libreria Sansoviniana, iniziata da Sansovino e completata da Scamozzi (1583-88); salendo il monumentale scalone si sale al vestibolo (nel soffitto, Sapienza di Tiziano, 1564) e al grandioso salone ornato da tele di Veronese e Tintoretto.
In continuità con la Libreria è il severo palazzo della Zecca realizzato da Sansovino (1537-66) e ora sede della Biblioteca nazionale Marciana. Dall’alto dei quasi cento metri del campanile di S. Marco, eretto nel XII secolo e riedificato nel 1912, il panorama aiuta a cogliere il disegno complessivo degli spazi, la loro forma e il loro intimo intreccio che garantisce all’area marciana una sostanziale unità architettonica e stilistica.
L’Accademia, Ca’ Rezzonico e le Zattere fino alla Punta della Dogana La pittura veneta costella questo percorso che, disegnato ad anello a ponente di piazza S. Marco, tocca celebri luoghi d’arte: l’Accademia con la sua incomparabile raccolta, Ca’ Rezzonico con quadri e affreschi settecenteschi, S. Sebastiano dove dipinse Veronese, fino a raggiungere la chiesa di S. Maria della Salute attraverso la lunga passeggiata delle Zattere. L’itinerario si snoda alle spalle dei palazzi che fronteggiano il primo invaso di Canal Grande, in calli silenziose, con improvvise aperture su rii che tagliano questa zona del sestiere in insule regolari, e si conclude oltre lo straordinario scorcio panoramico della Punta della Dogana.
Varcando la fastosa facciata barocca della chiesa di S. Moisè (1668), si può ammirare la Lavanda dei piedi di Tintoretto, e proseguendo lungo calle Larga XXII Marzo si incontra un altro esempio di esuberanza decorativa barocca: la chiesa di S. Maria del Giglio, del 1683. Anche questa racchiude pregevoli opere: Madonna col Bambino e san Giovannino di Pieter Paul Rubens; Visitazione di Palma il Giovane e Quattro evangelisti di Tintoretto.
Apre la fondamenta adiacente l’entrata da terra di palazzo Corner della Ca’ Granda (Sansovino, 1533-63), fra i più monumentali edifici del Canal Grande, la cui facciata è suddivisa in tre fasce orizzontali: sull’austero bugnato di quella inferiore poggiano le altre due, leggere nel bianco della pietra e nel gioco chiaroscurale delle colonne.
Addentrandosi di nuovo nelle calli ombrose si incontra il suggestivo campo S. Fantin, definito da eleganti facciate; quella di destra appartiene alla chiesa omonima, ricostruita nel 1507 da Antonio Scarpagnino: la fronteggia il teatro La Fenice, fedelmente ricostruito dopo l’incendio del 1996. Proseguendo verso nord, in campo S. Beneto si nota la facciata gotica di palazzo Fortuny (XV secolo), sede del museo omonimo, che ospita opere del pittore e decoratore spagnolo, e la secentesca chiesa di S. Beneto, che custodisce un dipinto di Tiepolo.
Ci si può quindi concedere una gradevole sosta in campo S. Stefano, uno dei luoghi di ritrovo preferiti dai veneziani, che si danno appuntamento nei caffè: articolato in vari spazi e campielli, il campo è chiuso a nord dal fianco della chiesa di S. Stefano, uno dei più importanti complessi religiosi gotici di Venezia, fondato a fine ’200 e ultimato nel XV secolo; il vasto interno, articolato in tre navate coperte da un bellissimo soffitto ligneo, ospita diversi monumenti funebri, tre tele di Tintoretto e una tavola di Paolo Veneziano (1348).
Culmine di questo percorso nel segno della pittura sono le Gallerie dell’Accademia, che hanno sede nell’ex complesso di S. Maria della Carità, i cui edifici, frutto di molteplici ampliamenti del primitivo insediamento del XII secolo, si impongono sul piccolo camposagrato aperto sul Canal Grande. Nate come raccolta di saggi degli allievi dell’Accademia, le gallerie si arricchirono grazie alle confische napoleoniche e ai lasciti privati, e oggi ospitano la più cospicua raccolta di pittura veneziana e veneta. Di Giovanni Bellini sono la Madonna in trono col Bambino e santi (1480 ca.) e La pietà del 1505. La vecchia (1505-1506 ca.) e La tempesta (1507-10) di Giorgione evidenziano i caratteri di novità apportati dall’acceso colorismo della pittura veneta del primo ’500. Tra i capolavori del XVI secolo spiccano il Ritratto di gentiluomo (1515 ca.) di Lotto, Il convito in casa di Levi (1573) e lo Sposalizio mistico di santa Caterina (1575 ca.) di Veronese, i teleri per la Scuola Grande di S. Marco di Tintoretto e la Pietà incompiuta di Tiziano, terminata dopo la sua morte (1576) da Palma il Giovane. Straordinario racconto è il ciclo di sant’Orsola realizzato da Carpaccio nel 1490-95, all’interno del quale risalta il Sogno di sant’Orsola. Altro gruppo di opere concepite in modo unitario è il grande trittico di Bellini e bottega. La visita si conclude nell’antica sala dell’Albergo della Scuola della Carità, dove campeggia la Presentazione della Vergine al tempio di Tiziano (1534-39).
Nelle sale del vicino palazzo Venier dei Leoni, che ospita la prestigiosa collezione della mecenate americana Peggy Guggenheim, ci si immerge, con un balzo di quattro secoli, nell’avanguardia europea e americana: il cubismo è rappresentato da Pablo Picasso, Georges Braque e Juan Gris; il futurismo da Giacomo Balla; la pittura metafisica da Giorgio de Chirico; gli inizi dell’astrazione da Vasilij Kandinskij, Piet Mondrian e dai costruttivisti; il surrealismo da Max Ernst, Joan Miró, Yves Tanguy, René Magritte.
Costeggiando il Canal Grande si oltrepassa Ca’ Rezzonico (iniziata nel 1649 da Longhena e ultimata dopo il 1750 da Giorgio Massari), che nelle fastose sale affrescate da Giovanni Antonio Guardi e Tiepolo ospita il Museo del Settecento veneziano e una pinacoteca.
Nella fitta trama di calli alle sue spalle si viene sorpresi dall’alberato campo S. Margherita, tra i maggiori della città e tra i più vivaci e autentici, da sempre centro della vita sociale del sestiere. Ne caratterizzano il profilo il campanile mozzo dell’ex chiesa di S. Margherita e una serie di palazzetti di sapore bizantino o gotico, con le tipiche botteghe contornate in pietra d’Istria, testimonianze dell’originario carattere mercantile della zona.
Proseguendo verso il canale della Giudecca, si incontrano la Scuola Grande dei Carmini, edificio secentesco attribuito a Longhena, al cui interno si possono ammirare nove tele di Tiepolo (1739-44) e Giuditta e Oloferne, capolavoro di Giambattista Piazzetta, e la chiesa dei Carmini (XIV secolo), che custodisce un San Nicola di Lotto (1529). Dagli intimi spazi della chiesa di S. Sebastiano, celebre per l’imponente apparato decorativo (1555-65) di Veronese, qui sepolto, ci si incammina verso la passeggiata panoramica della lunghissima fondamenta (quasi 2 km) delle Zattere, che da S. Basilio raggiunge la Punta della Dogana costeggiando l’ampio canale della Giudecca: percorrendo i suoi quattro tratti, punteggiati di bar e bàcari, si abbraccia in un unico sguardo il fronte dell’opposta isola della Giudecca. Lungo il primo segmento occidentale, le Zattere al Ponte Lungo, si lasciano sulla sinistra la cinquecentesca chiesa di S. Trovaso con tele di Tiepolo e di J. e D. Tintoretto, e l’animato rio di S. Trovaso, dal XIV secolo ambita sede di dimore patrizie, tra cui la più significativa è il gotico palazzo Contarini degli Scrigni (XV secolo). Dall’atrio della cinquecentesca Ca’ Bembo si può intravedere uno dei più grandi e inaspettati giardini privati della città. La chiesa dei Gesuati (XVIII secolo), che conserva opere di Tiepolo, Piazzetta e Tintoretto, dà il nome al secondo tratto delle Zattere. Il terzo tratto della fondamenta, Zattere allo Spirito Santo, è invece così detto dalla chiesa dello Spirito Santo (1506). Nell’ultimo tratto sono ubicati i Saloni, nove grandi magazzini del sale costruiti nel ’300.
La piacevole passeggiata si conclude con la scenografica Punta della Dogana, spartiacque tra il Canal Grande e il canale della Giudecca, realizzata da Giuseppe Benoni (1677) a imitazione di una prua di nave a loggia con torretta, sormontata da due Atlanti bronzei. L’itinerario si compie con uno degli elementi dominanti nel paesaggio di Venezia: S. Maria della Salute, capolavoro dell’architettura barocca veneziana, eretta da Longhena (1631-87). La maestosa massa marmorea, a pianta ottagonale, è popolata di statue e sormontata da un’enorme cupola emisferica; in sagrestia si possono ammirare quattro tele di Tiziano e le Nozze di Cana (1551) di Tintoretto. Dal campo della Salute bellissimo è il colpo d’occhio sul Canal Grande e sul bacino di S. Marco. Una lunga riva conduce l’acqua al basamento a gradini su cui si erge la mole della chiesa, mentre sugli altri lati lo spazio è definito dalle absidi gotiche di S. Gregorio, dall’austero palazzo del Seminario patriarcale e dal basso e severo edificio della Dogana da Mar.
Le Mercerie, Rialto, i Frari e la Scuola di S. Rocco
Da sempre merci pregiate si offrono ammiccanti lungo le Mercerie, il più frequentato passeggio della città, che un tempo i patrizi percorrevano per tornare dalle discussioni nei consigli ai colloqui di affari e ai registri del credito. Attraversato il Canal Grande all’altezza di Rialto, centro mercantile e finanziario, l’itinerario prosegue nei sestieri di S. Polo e di S. Croce fino alla chiesa dei Frari e alla Scuola di S. Rocco, luoghi celebri della pittura, per tornare al ponte di Rialto attraverso campo S. Polo e campo S. Aponal.
Le Mercerie, fulcro del denso tessuto della Venezia bizantina del X secolo, conducono dal centro politico-religioso marciano ai traffici del mercato di Rialto, vero “ventre” commerciale della città. Quasi al termine della via spicca la bianca facciata barocca (1663) della chiesa cinquecentesca di S. Salvador, che custodisce il monumento funebre del doge Francesco Venier, opera di Sansovino (1556-61), un’Annunciazione (1566) e una Trasfigurazione (1560) di Tiziano.
Alla convergenza di percorsi provenienti da piazza S. Marco, da Rialto e dalla stazione ferroviaria, campo S. Bartolomio è oggi uno dei luoghi più animati della vita veneziana. Al di là del ponte di Rialto, campo S. Giacomo di Rialto conserva le tracce di centro della vita finanziaria della città: lo delimitano i portici delle Fabbriche Vecchie (realizzate da Scarpagnino nel 1520-22) sotto cui venivano sistemati i tavoli dei banchieri e, opposta alla chiesa omonima (XII secolo), la statua del Gobbo di Rialto (XVI secolo) sorregge la scala per la colonna del Bando, da cui venivano lette le sentenze e comunicate le leggi.
Proseguendo lungo le fondamenta dell’Olio si gode della splendida vedutafrontale della Ca’ d’Oro; a sinistra si ammirano i due piani di logge della Ca’ Corner della Regina, edificio classicheggiante di Domenico Rossi (1724) e, poco oltre, Ca’ Pesaro, sede del Museo d’Arte orientale e della Galleria internazionale d’Arte moderna: imperdibili i capolavori di maestri dell’800 e del ’900 quali Giuseppe Pellizza da Volpedo, Francesco Hayez, Giovanni Fattori, Camille Corot, Umberto Boccioni, Alberto Savinio, Carlo Carrà, Mario Sironi, Ottone Rosai, Joan Miró, Marc Chagall, Vasilij Kandinskij, Gustav Klimt.
Ancora oltre, il fondaco dei Turchi è un’esemplare casa-fondaco veneto-bizantina, dal 1621 al 1838 utilizzata come deposito merci e albergo per commercianti turchi. Il radicale restauro ottocentesco ha sconvolto l’aspetto originario del palazzo, conservandone solo la struttura a due piani tipica delle casefondaco due-trecentesche. Allontanandosi dal Canal Grande si incontrano il campo S. Maria Mater Domini, tra i più caratteristici di Venezia per la sua forma regolare e proporzionata e, in uno dei rari spazi alberati del cuore cittadino, la chiesa di S. Giacomo dell’Orio, del X secolo, da cui promana intatto il fascino dell’antico luogo di culto, esaltato da un Crocifisso ligneo trecentesco di Veneziano, da una Madonna col Bambino e santi (1546) di Lotto e da tele di Veronese.
Da un’elegante corte rinascimentale, opera di Pietro Lombardo (1481), si entra in un cortile in cui si fronteggiano la gotica chiesa di S. Giovanni Evangelista, rimaneggiata nel ’700, e la Scuola Grande, frutto di sovrapposizioni stilistiche dei secoli XIV-XVIII.
Nell’interno un superbo scalone di Mauro Codussi (1498) conduce al salone superiore, impreziosito da dipinti di Tiepolo, Tintoretto, Pietro Longhi e altri. Da qui si accede all’oratorio della Croce, un tempo ornato con i teleri di Gentile Bellini e Carpaccio, ora alle Gallerie dell’Accademia, a cui segue la sala dell’Albergo, con affreschi di Palma il Giovane.
Verso sud, S. Maria Gloriosa dei Frari è annunciata dalla poderosa mole del campanile trecentesco, uno dei più alti di Venezia.
L’attuale edificio, severo e grandioso, fu iniziato nel 1340; nella facciata in tardo stile gotico è incastonato un portale con sculture di Barolomeo Bon, Pietro Lamberti (XV secolo) e Alessandro Vittoria, che dà accesso al solenne interno a tre navate, divise da dodici poderosi piloni e scandito da altari, urne pensili e monumenti funebri. Capolavori della chiesa sono l’Assunta (1516-18) e la pala nota come Madonna di Ca’ Pesaro (1526) di Tiziano, la Madonna in trono con Bambino e santi, trittico di Bellini del 1488, e la scultura lignea di San Giovanni Battista di Donatello (1450 ca.). Fra i monumenti funebri, quello a Tiziano venne eretto nell’800 nella seconda campata destra, dove secondo la tradizione riposano le spoglie del maestro. Alle spalle della chiesa è la Scuola Grande di S. Rocco, eretta dal 1516 al 1560. Le vaste sale dell’interno sono decorate dal ciclo di grandi tele di Tintoretto (1564-87), che segnano l’apice della sua arte: salendo il grandioso scalone di Scarpagnino si raggiunge la sala dell’Albergo che accoglie nel soffitto ligneo il San Rocco in gloria e sulla parete una Crocifissione; nell’imponente Sala Maggiore sono ventuno le tele dipinte dal maestro, mentre alle pareti imperano le Storie del Nuovo Testamento e, sull’altare, la Gloria del santo; il salone terreno è riservato a otto tele dipinte fra il 1583 e il 1587.
Tintoretto è protagonista anche alla chiesa di S. Rocco, rifatta nel ’700, con due dipinti alla parete destra e quattro grandi tele nel presbiterio.
Tornando verso il ponte di Rialto si attraversa campo S. Polo, uno dei più grandi e caratteristici di Venezia, un tempo luogo di feste e giochi, fiancheggiato da edifici dei secoli XIV-XVIII, tra cui spicca il palazzo Maffetti-Tiepolo (1712); opposta alla lunga palazzata è l’abside dell’antica chiesa di S. Polo, ristrutturata a inizio ’800. Più oltre, CampoS. Aponal è un piccolo ma vivace luogo di transito che accoglie l’ex chiesa di S. Aponal, di forme gotiche.
Ss. Giovanni e Paolo, S. Maria dei Miracoli e la Ca’ d’Oro
Le grandi chiese dei due ordini predicatori medievali sembrano presidiare spiritualmente la città da siti giustapposti: i Frari dei francescani a ponente, Ss. Giovanni e Paolo
dei domenicani a nord di piazza S. Marco. In questo percorso alle spalle della piazza e in una parte del sestiere di Castello si giunge alla chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo e al suo campo dopo aver visitato la Pinacoteca Querini Stampalia, preziosa introduzione alla vita di Venezia nel passato. L’itinerario prosegue passando per la delicata e lombardesca S. Maria dei Miracoli per poi affacciarsi alla luce del Canal Grande, all’altezza della Ca’ d’Oro.
Palazzo Querini Stampalia (1528) fronteggia il piccolo e suggestivo campiello omonimo. Dal 1869 è sede della Fondazione e della Galleria Querini Stampalia, in cui sono
raccolti oltre quattrocento dipinti dei secoli XIV-XX, tra i quali opere di Bellini, Palma il Vecchio, Luca Giordano, Tiepolo e Longhi.
Animato da un piccolo mercato e da affollati caffè è il campo S. Maria Formosa, contornato da edifici cinquecenteschi e articolato in diversi spazi dalla particolare posizione della chiesa omonima, ricostruita nel 1175 e ancora nel 1492 da Codussi. La complessa scansione dello spazio interno, di intensa e vibrante luminosità, valorizza il trittico di B. Vivarini (1473) e il polittico (1509 ca.) di Palma il Vecchio. Proseguendo  verso nord si giunge in campo dei Ss. Giovanni e Paolo, la “piazza” più monumentale di Venezia dopo quella di S. Marco, ornata al centro dalla statua equestre di Bartolomeo Colleoni, capolavoro della statuaria rinascimentale. L’imponente facciata in cotto, rimasta incompiuta, della chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo, e quella adiacente della Scuola di S. Marco creano uno degli episodi architettonici più rilevanti della città.
La basilica dei Ss. Giovanni e Paolo (S. Zanipòlo) è con i Frari il più grandioso esempio di architettura gotica veneziana.
Eretta dai domenicani fra il 1246 e il 1430, divenne il luogo dei solenni funerali dei dogi.
Splendide le absidi traforate da lunghi finestroni trilobati. L’interno, di inusitate proporzioni, racchiude il monumento al doge Pietro Mocenigo di Lombardo (1476-81), quello al doge Andrea Vendramin (Pietro e Tullio Lombardo) e quello gotico al doge Marco Corner (morto nel 1368). Preziosa la cappella di S. Domenico (1690-1716), sul cui soffitto intagliato e dorato trionfa la Gloria di san Domenico di Piazzetta (1725-27). Nel transetto destro una pala di Lotto (1542) prende luce dalle cangianti vetrate del finestrone a trafori gotici, mentre da quello sinistro si accede alla cappella del Rosario, con tele di Veronese.
Nella Scuola Grande di S. Marco, opera di Lombardo e Giovanni Buora conclusa da Codussi (1487-95), sono custodite opere di Palma il Giovane e Tintoretto. Dal salone terreno della Scuola si accede all’ex convento domenicano dei Ss. Giovanni e Paolo, ora Ospedale civile, ricostruito da Longhena nel 1660-75 su un impianto duecentesco.
Più discreta è S. Maria dei Miracoli, che si staglia isolata nello stretto campo dei Miracoli: eretta (1481-89) da Lombardo e figli, è uno dei primi e più felici esempi di architettura rinascimentale veneziana. Lo spazio interno ripropone il ritmo e la misura dell’esterno nel rivestimento marmoreo e nella volta a botte con cassettonato ligneo dipinto.
Attraversando il rio di S. Lio sul ponte del Teatro, ci si dirige verso la chiesa di S. Giovanni Crisostomo; dietro la semplice facciata rinascimentale, la chiesa custodisce il capolavoro della vecchiaia di Bellini (Santi Cristoforo, Girolamo e Agostino, 1513) e una nota pala di Sebastiano del Piombo (1509 ca.).
Attraversando le corti nella zona retrostante la chiesa, in cui si intrecciano storia e leggenda (nella corte Seconda del Milion il n. 5845 corrisponde alla presunta casa di Marco Polo), si arriva in campo Ss. Apostoli, dominato dalla chiesa omonima ristrutturata nel 1575.
Da qui si diparte la Strada Nuova, così denominata dai veneziani per la sua estraneità a dimensioni (è larga 10 m) e ritmi alla città; definita lungo il lato meridionale dalle facciate secondarie dei palazzi prospicienti il Canal Grande, è l’arteria che dal 1871 mette in comunicazione Rialto con la stazione ferroviaria. Sulla sinistra, nella calle omonima, è l’ingresso alla Ca’ d’Oro, residenza di mercanti tipica della tradizione veneziana, sviluppata intorno a un suggestivo cortile.
Sede della Galleria Giorgio Franchetti, le stanze che fiancheggiano gli ampi porteghi aperti con logge sul canale sono ornate dal San Sebastiano di Andrea Mantegna (1506), da dipinti di Antonio Vivarini, Carpaccio, Luca Signorelli e altri, e da sculture di Pier Jacopo Alari e T. Lombardo. Una scala quattrocentesca sale al secondo piano, dove si trovano opere di Tiziano, Tintoretto, Hubert van Eyck, Francesco Guardi, bozzetti di Gian Lorenzo Bernini e affreschi di Pordenone.
Cannaregio: dagli Scalzi ai Gesuiti
L’itinerario si svolge interamente nel sestiere di Cannaregio, settore nord-occidentale della città compreso tra il Canal Grande e la Laguna: dalla chiesa degli Scalzi, nei pressi della stazione ferroviaria di S. Lucia, si snoda tra importanti centri religiosi, animati percorsi cittadini e campi solitari; risale un trattodell’ampio canale di Cannaregio, poi si addentra nel Ghetto, caratterizzato da alte casetorri e preziose sinagoghe. Il percorso si conclude nelle aree nordorientali del sestiere.
Sede sin dalla sua nascita di attività produttive di cui resta testimonianza nella toponomastica delle calli, il sestiere è dominato dalle chiese di S. Giobbe e degli Scalzi. La prima, ricostruita in forme gotiche dal 1450 e ultimata da P. e T. Lombardo in forme rinascimentali, è arricchita da un portale con raffinata decorazione; nella cappella trecentesca, uno splendido soffitto rivestito in terracotta invetriata policroma, unico esempio a Venezia di arte dei Della Robbia. La chiesa degli Scalzi invece, eretta da Longhena a partire dal 1654 per i carmelitani scalzi, rimanda nell’impianto e nello sfarzo decorativo dell’interno al barocco romano.
Varcando il ponte dei Tre Archi o il ponte delle Guglie si raggiunge l’opposta fondamenta di Cannaregio che delimita la zona del Ghetto, dove dal 1516 al 1797 furono confinati gli ebrei. La preesistenza in zona di fonderie di cannoni, in cui veniva eseguita l’operazione di “ghetto” o “getto” (colata di metallo), ne determinò il toponimo. Nel compatto tessuto edilizio, l’affiorare di piccole cupole segna la presenza delle cinque sinagoghe. Le più antiche – fra cui la Scuola Canton – sorgono sul campo del Ghetto Nuovo, sopra i portici a colonne che ospitavano le botteghe artigianali e i banchi di pegno. A dominarlo, il Museo ebraico, che raccoglie interessanti esempi dell’arte ebraica veneziana dei secoli XVII-XIX.
Pochi i campi che si aprono in zona: fra questi, il solitario S. Alvise, su cui prospetta l’omonima chiesa di origine trecentesca che custodisce dipinti di Tiepolo, e il piccolo e
suggestivo campo-sagrato su cui affaccia la chiesa della Madonna dell’Orto (XV secolo).
Sulla bella facciata tripartita, decorata con statue e un ricco portale, si alternano elementi di transizione dal romanico al gotico e dal gotico al rinascimento; sul retro si leva il campanile quattrocentesco. L’interno a tre navate, di grande luminosità, è scrigno di capolavori di Cima da Conegliano e Tintoretto.
Costeggiando la Laguna, si giunge alla chiesa di S. Maria della Misericordia, fondata con l’abbazia nel X secolo e più volte ristrutturata, quindi al quattrocentesco prospetto della Scuola Vecchia di S. Maria della Misericordia (1310), una delle Grandi della città. Al di là del canale della Misericordia si costeggia il palazzo Zen (1534 ca.), sintesi di modi bizantini e rinascimentali. Il percorso termina ai Gesuiti, l’originaria chiesa dei crociferi ricostruita tra il 1715 e il 1730 da Rossi. L’eccezionalità del luogo di culto sta nella virtuosistica e sfarzosa decorazione interna in marmi, stucchi e affreschi sulla copertura a volte e a cupola che frantuma l’amplissimo spazio dell’unica navata, sfoggiando opere di Tiziano e Tintoretto. Dalla chiesa dei Gesuiti si possono raggiungere le Fondamenta Nuove, da cui si gode la splendida vista del cimitero, della chiesa di S. Michele e di Murano.
Campo S. Zaccaria, l’Arsenale, le Rive. Le isole di San Giorgio e della Giudecca
Le Rive sono la passeggiata panoramica per eccellenza di Venezia, aperta sul bacino di S. Marco e sulle rive della Laguna. Seguendo questo itinerario, vi si arriva dopo aver ammirato chiese di grande interesse artistico, e dopo aver reso omaggio alla tradizione marinara veneziana con una visita all’Arsenale.
Il percorso raggiunge via traghetto la Giudecca, e prosegue lungo le fondamenta che delineano il fronte dell’isola, toccando i complessi palladiani del Redentore e delle Zitelle per poi concludersi sull’isola di San Giorgio Maggiore.
Alle spalle di S. Marco, attraversato campo S. Provolo, si entra per un portale in stile gotico fiorito in campo S. Zaccaria, dominato dalla facciata dell’omonima chiesa, alla cui destra svetta un caratteristico campanile in cotto (XIII secolo), mentre a sinistra si delineano le arcate del chiostro cinquecentesco. Il campo è chiuso a nord da arcate tardo-quattrocentesche che delimitavano il cimitero abbaziale. La chiesa, eretta nel corso del XV secolo in forme gotiche, fu terminata da Codussi (1483-90) cui compete la facciata in pietra bianca a più ordini, una delle più tipiche creazioni del rinascimento veneziano. Sovrasta il portale la statua del santo, opera di Vittoria. L’interno a tre navate, arioso e luminoso, custodisce una Madonna in trono e santi di Bellini (1505), e dipinti di Tintoretto e Tiepolo. Proseguendo si incontra S. Giorgio dei Greci (1561), appartenente alla comunità greco-ortodossa: ricca di pitture e icone bizantine, è la più importante fra le chiese “straniere” nella Venezia del rinascimento. Sulla sinistra della facciata, presso l’Istituto ellenico ha sede il Museo dei Dipinti sacri bizantini, che raccoglie icone bizantine, arredi sacri e oggetti di culto.
Ai margini dei più frequentati percorsi pedonali, il campo Bandiera e Moro, di suggestiva bellezza, è definito a nord dal prospetto di palazzo Gritti (fine XIV secolo).
Vi sorge la chiesa di S. Giovanni in Bràgora, rifatta a partire dal 1475: l’interno, dalle originarie linee gotiche, custodisce dipinti di Cima da Conegliano, Alvise e B. Vivarini.
Oltrepassata la chiesa di S. Antonin si giunge alla Scuola di S. Giorgio degli Schiavoni, eretta dalla confraternita dei dalmati (schiavoni). La facciata, di gusto sansoviniano, è del 1551, mentre la sala a pianterreno custodisce un celebre ciclo pittorico di Carpaccio (1501-11), considerato uno dei suoi capolavori. Superato palazzo Contarini, si entra nell’articolato spazio urbano di campo di S. Francesco della Vigna, la cui sistemazione attuale risale al XVI secolo. La grande chiesa di S. Francesco della Vigna, edificata su progetto di Sansovino a partire dal 1534, vanta una grandiosa facciata classicheggiante, opera di Andrea Palladio (1564-70). L’interno, a croce latina con un’unica, vasta navata, conserva opere di Lombardo, Veronese e Palma il Giovane, oltre a una Madonna col Bambino e santi di Bellini, del 1507.
Una cinta di alte mura merlate, circondate da canali, delimita il grandioso complesso di cantieri dell’Arsenale, risalente agli inizi del ’200 ma più volte ampliato nel corso dei secoli, da cui uscivano le flotte veneziane.
L’area dell’Arsenale è di notevole interesse storico e architettonico: al suo interno si trovano tra gli altri l’edificio del Bucintoro, ricovero dell’imbarcazione usata dal doge nella cerimonia dello sposalizio col mare per la Sansa; le Gaggiandre, due grandiosi cantieri acquatici costruiti fra il 1568 e il 1573 su progetto attribuito a Sansovino; le Corderie della Tana, dove si conservava la canapa e si torcevano le gòmene per le navi. Dal ponte dell’Arsenale si accede a campo S. Biagio, dove ha sede il Museo storico navale che documenta con cimeli, modelli, incisioni eplastici la storia della Marina Veneziana (secoli XVI-XVIII) e della Marina Militare Italiana dal 1860 a oggi.
Prima di tornare verso il Canal Grande, ci si può concedere una piacevole passeggiata nella grande area verde dei Giardini Pubblici, dove sorgono i vari padiglioni nazionali della Biennale d’Arte, che riflettono le tendenze architettoniche dei singoli paesi.
Dalla riva S. Biagio e oltre la riva Ca’ di Dio, lungo il bacino di S. Marco, si estende la riva degli Schiavoni che deve il nome ai marinai della Schiavonia o Slavonia (l’odierna Dalmazia), che qui ormeggiavano i loro navigli.
Percorrendola in direzione di S. Marco si incontra la settecentesca chiesa di S. Maria della Visitazione, con affreschi di Tiepolo, seguita dall’imponente monumento equestre a Vittorio Emanuele II (1887). Oltre il ponte del Vin, la riva acquista un carattere spiccatamente turistico. Vi prospettano il gotico palazzo Dandolo (XV secolo), sede del celebre Hotel Danieli, e il poderoso palazzo delle Prigioni (1589-1614), il cui fronte bugnato richiama nelle proporzioni e nelle forme classiche quello degli edifici marciani.
Da riva degli Schiavoni o dalle Zattere ai Gesuati è possibile imbarcarsi per l’isola di San Giorgio Maggiore, nota per l’omonimo complesso conventuale benedettino e per la splendida vista che, da S. Marco, ha ispirato pittori di ogni epoca e continua a incantare anche oggi. La costruzione della chiesa di S. Giorgio Maggiore fu iniziata da Palladio nel 1566 e portata a termine nella prima metà del ’600 dopo la sua morte. Solenne l’interno a tre navate arricchite da notevoli capolavori pittorici: Madonna in trono e santi di Sebastiano Ricci (1708), Ultima cena e Raccolta della manna (1594) di Tintoretto, il magnifico coro ligneo intagliato da Albert van der Brulle e Gasparo Gatti, San Giorgio uccide il drago di Carpaccio (1516). Dal campanile (1791) è splendida la vista sulla città e la Laguna.
A fianco della chiesa si erge il monastero di S. Giorgio Maggiore, sede della Fondazione Giorgio Cini, complesso di ambienti articolato attorno a due chiostri, con interventi di alcuni dei maggiori architetti del XV, XVI e XVII secolo: Palladio, Giovanni e Andrea Buora, Longhena. Al piano terreno, sulla parete di fondo del refettorio progettato da Palladio, Sposalizio della Vergine di Tintoretto; un monumentale scalone a due rampe di Longhena (1643-44) sale al primo piano, dove la sontuosa biblioteca longheniana accoglie oltre 100.000 volumi di storia dell’arte.
Una volta salpati, si prosegue verso l’isola della Giudecca: stretta e allungata fra il canale omonimo e la Laguna sud, derivò forse il nome dagli insediamenti di ebrei qui presenti in età medievale. Grazie alla posizione decentrata ma inserita nel bacino di S. Marco, divenne dal XVI secolo luogo di delizie e di ozio, ove le residenze dei nobili si alternavano a orti, monasteri e giardini. Una lunga passeggiata sulla fondamenta, che assume nomi diversi nei successivi tratti, percorre tutta l’isola, offrendo una splendida vista sul canale della Giudecca. Dalle Zitelle, complesso costituito dalla chiesa e dall’ospizio per giovani povere realizzato fra il 1579 e il 1586 su progetto di Palladio, si raggiunge la chiesa del Redentore, affacciata sulla fondamenta di S. Giacomo. Tempio votivo voluto dal Senato nel corso di una grave pestilenza, la chiesa è uno dei capolavori di Palladio; iniziata nel 1577, fu conclusa da Antonio da Ponte nel 1592. Si presenta con una facciata di linee classicheggianti e un sobrio, maestoso interno con un colonnato che gira lungo le pareti dell’unica navata e del presbiterio. La decorazione pittorica e scultorea è incentrata sul tema della redenzione (Ascensione di Tintoretto e aiuti; Risurrezione di Francesco Bassano il Vecchio), cui si aggiungono la Deposizione di Palma il Giovane e, in sagrestia, Madonna con Bambino di Alvise Vivarini e Battesimo di Gesù di Veronese. Proseguendo verso ovest si percorre la fondamenta di S. Eufemia, con la chiesa omonima dell’XI secolo. Si continua lungo la fondamenta di S. Biagio, definita da palazzetti edificati dal ’400 alla fine della Repubblica. La fondamenta muore a un ponte metallico ormai chiuso; in uno scenario che ricorda i dock dei nebbiosi porti del nord, oltre il rio si staglia l’imponente mole neogotica dell’ex mulino Stucky (1896).

LA LAGUNA
«Sembra che con le vostre barche scivoliate sui prati... la vostra casa è sui canneti come quella degli uccelli... davanti alla porta delle case, fatte di vimini e canne, legate le vostre barche»; così scriveva Cassiodoro ai lagunari del tempo di Teodorico. In qualche angolo della Laguna (52 km di estensione lungo la costa adriatica e dagli 8 ai 14 km tra il mare e la terraferma per una superficie di 550 km2) si possono ancora avere le stesse impressioni. Del resto, la geografia di oggi è quale la foggiò la Serenissima nella sua ostinata difesa dall’azione del mare e dei fiumi: fra terre emerse, isole coltivate o urbanizzate, barene e valli di pesca, i canali e le paludi modellate dai flussi deltizi delineano un paesaggio che cambia continuamente per il sole, la nebbia, il vento, le nuvole, la stagione e la marea che, con flusso e riflusso, è da sempre il palpito di vita di questo ambiente unico. Il modo migliore per scoprirlo è imbarcarsi su un traghetto da Venezia, alla volta dell’isola da cui ci si sente più attratti. E da questa alla successiva...
Abitata dai camaldolesi sin dal 1212, l’isola di San Michele fu importante centro spirituale e culturale. La sua attuale destinazione risale al 1837, quando venne unita alla contigua San Cristoforo della Pace che Napoleone aveva destinato a cimitero di Venezia. Il piazzale d’approdo, con pavimentazione a losanghe a due colori che ricorda le onde della Laguna, è delimitato dall’elegante facciata rinascimentale della chiesa di S. Michele e dall’attiguo convento. Bianche croci tutte uguali, rari monumenti e neri cipressi caratterizzano il cimitero, dove sono sepolti illustri personaggi, veneziani per amore, tra cui Igor Stravinskij, Sergej Djagilev ed Ezra Pound.
Con lo stesso vaporetto si giunge a Murano, la più popolosa fra le isole della Laguna settentrionale (5000 abitanti ca.), che deve la sua ricchezza al decreto della Serenissima del 1291, in seguito al quale, per allontanare dalla città il rischio di incendi, furono trasferite nelle cinque isolette che la compongono le vetrerie veneziane. Questa industria secolare ha plasmato, oltre a vetri ricercatissimi, anche il volto dell’isola: sul fronte verso la Laguna si allineano i retri delle vetrerie; il seicentesco palazzo Giustinian ospita il Museo dell’Arte vetraria; la fondamenta dei Vetrai, con l’opposta Manin, è il luogo d’insediamento delle prime fornaci. Divide l’isola un Canal Grande minore su cui affacciano dimore auliche, modeste casette, palazzotti dell’antica borghesia mercantile, botteghe e laboratori del vetro. Al di là della fondamenta Giustinian, di fronte all’approdo del vaporetto, il palazzoTrevisan (1557) presenta una facciata dai caratteri innovativi, mentre rivolge al canale la sua splendida abside il Duomo, dedicato ai santi Maria e Donato, tra i più antichi (V secolo, ma ricostruito nel XII) e significativi esempi di architettura veneto-bizantina in Laguna. Dal ponte Vivarini o Ponte Lungo, in ferro, si scende sulla fondamenta cui dà nome il quattrocentesco palazzo Da Mula; da qui poco dista la chiesa parrocchiale di S. Pietro Martire, che accoglie due tele di Giovanni Bellini e un San Girolamo nel deserto (1566 ca.) di Paolo Veronese.
Mazzorbo fu luogo d’ozi per i romani di Altino. Oggi i pochi orti rimasti si raccolgono intorno alla chiesa di S. Caterina, edificio dalle sobrie linee romanico-gotiche. L’isola è collegata da un ponte a Burano: un nome solo per quattro isolette punteggiate di case variopinte e barche da pesca, che con i loro singolari cromatismi spiccano compatte fra le isole lagunari. Nonostante il consistente calo demografico, persiste qui l’esercizio dei mestieri storici quali la pesca secondo pratiche tradizionali e l’arte del merletto, fiorita sin dal ‘500 e rilanciata nell’800 con la creazione della scuola e del laboratorio tuttora operanti.
Percorrendo via Galuppi si raggiunge l’ampio spazio di piazza Baldassarre Galuppi su cui affacciano la chiesa di S. Martino (XVI secolo), ornata nella navata sinistra da una Crocifissione di Giambattista Tiepolo (1725 ca.), e due edifici gotici, uno dei quali è sede del Museo del Merletto. Prossimo alla chiesa di S. Martino è l’approdo dei mezzi privati per l’isola di San Francesco del Deserto, folta di cipressi, che ospita un romitorio francescano duecentesco. Dal policromo abitato di Burano la vista spazia a nord su alvei, barene solcate da canali, paludi e l’inconfondibile profilo di Torcello. Culmine della Laguna nord, quest’isola conserva le tracce di una città scomparsa per il progressivo impaludamento.
Erede di Altino romana, l’importante centro cresciuto tra V e X secolo raggiunse persino i 20.000 abitanti, ebbe un vescovo, un porto, le saline, quando Venezia realtina non era ancora nata. Oggi è un’isola di orti che conta poche decine di abitanti e produce primizie e carciofi.
Del nucleo urbano originario rimane solo il centro monumentale, spiazzo erboso intorno al quale sono disposti edifici emblematici della ricchezza e della civiltà artistica di un tempo: la severa cattedrale dedicata a santa Maria Assunta, risalente al VII secolo ma rifatta nell’XI, è preceduta dai resti del Battistero e da un nartece che la collega alla chiesa romanica di S. Fosca. Di straordinaria unitarietà stilistica e tematica l’apparato musivo realizzato tra l’XI e il XIII secolo.
Accanto al Duomo, il campanile quasi millenario segnala da lontano il luogo.
Insieme alla penisola di Cavallino e all’isola di Pellestrina, il Lido di Venezia divide la Laguna dal mare Adriatico, allungandosi per circa 12 km. Con il traghetto si approda sul pontile davanti a piazzale S. Maria Elisabetta, da cui la vista si apre sull’isola conventuale di San Lazzaro degli Armeni. Da qui si dipartono via Sandro Gallo e il gran viale S. Maria Elisabetta, attorno ai quali si è definita la struttura urbanistica del centro moderno. Ma delle moderne località turistiche il Lido ha ben poco: residenza estiva dei ricchi veneziani che trascorrevano la villeggiatura nelle raffinate ville liberty che punteggiano il lungomare, fra ’800 e ’900 era altresì la spiaggia di quell’alta società mitteleuropea di cui alcuni alberghi conservano ancora gusto e nomi: si pensi all’Hotel Ungaria, al leggendario Grand Hotel des Bains, da decenni meta prediletta di artisti e intellettuali, al Grand Hotel Excelsior, in eccentrico ma ormai familiare stile moresco.
Vicino sorgono il Casinò municipale e il palazzo della Mostra del Cinema che, ospitando ogni settembre il festival cinematografico, contribuisce a esaltare il magico dualismo del Lido, sospeso tra sognanti evocazioni retró e brillanti approdi nella mondanità. All’estremità nord-orientale dell’isola si staglia il convento di S. Nicolò; nella parte meridionale, oltre Malamocco, si estende la località turistica di Alberoni.
Al di là del porto-canale di Malamocco si sviluppa l’isola di Pellestrina, storicamente votata ad attività lagunari, quali pesca e cantieristica, e costellata di piccoli centri di antica origine che oppongono al mare i murazzi, ricostruiti dopo la mareggiata del 1966; la poderosa diga di circa 11 km, edificata fra il 1774 e il 1782, fu l’ultima grande opera della Repubblica al tramonto.
Lasciato l’abitato di Santa Maria del Mare, si raggiunge la frazione di San Pietro in Volta. Su un allungato spiazzo alberato prospetta la parrocchiale di S. Pietro (X secolo), con facciata settecentesca. Proseguendo s’incontrano il borgo marinaro di Portosecco e la frazione di Pellestrina, la più popolata dell’isola, da cui una stradina sterrata conduce nella riserva naturale del bosco di Ca’ Roman, e quindi al molo nord del porto di Chioggia, estremità meridionale dell’isola.
Al di là del canale è Chioggia, una Venezia “popolana” in cui circolano le auto, che chiude il fronte lagunare sud. Con i suoi quasi 52.000 abitanti è il secondo nucleo urbano più grande della Laguna e si sviluppa su quattro isole principali. Presenta un’originale pianta a spina di pesce centrata sul rettilineo canale della Vena, dove un tempo alle case colorate facevano da contrappunto le vele delle barche da pesca; perpendicolari alla piazza e al canale, tante calli strette, con qualche campo o corte in cui riecheggiano chiacchiere e baruffe goldoniane in dialetto chioggiotto. Alla dorsale del canale della Vena corre parallelo corso del Popolo, asse di terra lungo il quale si sviluppa il centro insulare: animato centro civico e luogo di passeggio punteggiato da trattorie, ristoranti e caffè, assunse l’attuale importanza prospettica e visiva tra ‘600 e ‘700, quando vi si orientarono le fronti di molti palazzi. Percorrendolo da nord (entrando dalla Laguna si approda in piazzetta Vigo) si oltrepassano: la fronte barocca della chiesa di S. Andrea, affiancata da un isolato campanile veneto-bizantino; il portico in pietra d’Istria del Granaio (1322), sotto a cui ancor oggi si svolge il vivace mercato del pesce; l’ottocentesco Palazzo Comunale, diviso da uno slargo dalla chiesa della SS. Trinità (all’interno affreschi di Palma il Giovane). Si raggiunge infine il campo su cui prospetta il Duomo (XI secolo), ricostruito a seguito dell’incendio del 1623 su disegno di Longhena. Collegato al Duomo è il grazioso oratorio gotico di S. Martino (1392), interamente in cotto. All’altro lato della chiesa si apre il più suggestivo angolo di Chioggia: la verdeggiante Piazza Vescovile, delimitata da una balaustrata marmorea e chiusa sul fondo dal settecentesco Palazzo Vescovile. Merita un’escursione l’isola di San Domenico da cui, dopo aver ammirato la chiesa omonima (dipinti di Carpaccio e Leandro Bassano), si può vedere l’ampio litorale di Sottomarina, con le sue lunghe spiagge assolate sul mare aperto.
IL LITORALE DA MESTRE A CÀORLE
Accanto al suggestivo intrico lagunare, Venezia vanta un dolce litorale che permette di associare alla visita del capoluogo una vacanza di sole, spiagge e natura, sempre all’insegna della cultura e dei colori locali; il Veneto orientale è infatti un territorio ricco di storia, con un interessante patrimonio monumentale di età romana e medievale. Il paesaggio sfuma dalla terra all’acqua, dai reticoli degli appezzamenti alle barene, fino al mare aperto. Partendo da Mestre, l’itinerario segue la costa toccando noti centri balneari come Lido di Jèsolo e Càorle, per poi spingersi nell’entroterra.
Centro portuale al margine occidentale della Laguna, dove ha inizio il ponte ferroviario e stradale per Venezia, nel ’700 Mestre era luogo di villeggiature patrizie; dopo il primo conflitto mondiale, con la costruzione di Porto Marghera prima e del polo chimico poi, conobbe un’eccezionale crescita urbana e demografica. Nell’ultimo trentennio ha accolto quanti hanno abbandonato la Venezia insulare, ma oggi l’immagine di Mestre come periferia residenziale cresciuta a fianco dell’area industriale è cambiata, grazie alla riqualificazione del centro storico.
Oltrepassato il piccolo borgo di Altino con la sua area archeologica romana e l’interessante museo annesso, il percorso prosegue alla volta di Jèsolo, centro moderno con un passato di vicus romano. In località Le Mure conserva le fondazioni di due basiliche, resti significativi della città antica: la prima è dei secoli VIII-IX; la seconda (ricostruita nel dopoguerra) risale all’XI secolo, ma venne edificata su una precedente aula paleocristiana. A poco più di 3 km sorge uno dei più rinomati centri balneari dell’alto Adriatico, Lido di Jèsolo: 12 km di arenile finissimo fronteggiato da bassi fondali con i caratteristici pontili protesi nell’acqua.
All’estremità occidentale la spiaggia continua lungo il litorale di Cavallino, una lingua di terra che chiude al mare Adriatico la Laguna nord, raggiungibile in motonave anche da piazza S. Marco. Da Punta Sabbioni, il cui faro segnala l’accesso principale alla Laguna, transitavano i velieri carichi di spezie e di merci provenienti dall’Oriente. La foce del Sile, il faro e la darsena turistica e poi, risalendo lungo il fiume, il canneto e i pescherecci, fanno di questo antico ponte daziario un parco balneare di grande fascino floro-faunistico. La spiaggia sabbiosa con la sua estesa pineta è frequentata dai campeggiatori.
Tornando verso Lido di Jèsolo, lungo il rettilineo della Piave Nuova si giunge a Eraclea Mare, frequentato centro balneare alle cui spalle si riconosce il cordone di dune che separava il mare dalle paludi. A ovest dell’abitato è la laguna del Morto (detta “el Mort”). Alla foce del Livenza si trova invece Porto Santa Margherita, altra vivace località marittima che vanta una delle darsene più attrezzate dell’Adriatico. L’itinerario costiero prosegue verso Càorle, noto centro balneare di antiche origini, già porto romano nel I secolo a.C. Il nucleo antico, un tempo solcato da tre rii paralleli alla linea di spiaggia, ha conservato la struttura urbana a tridente, incentrata sulle due antiche isole. Nella piazza principale sorge la cattedrale (1038), eretta su una basilica tardocarolingia; nel catino absidale è la “pala d’oro”, in realtà d’argento, con formelle bizantine e gotico-veneziane (secoli XII-XIV).
A nord di Càorle, verso l’interno, sorge il centro agricolo di Concordia Sagittaria, che conserva uno dei siti archeologici romani e paleocristiani più suggestivi del Veneto: nel 1873 un ritrovamento casuale nell’abitato, sorto come vicus romano all’incrocio tra la via Postumia e la via Annia, diede inizio alla riscoperta della città distrutta dagli unni nel 452. Dal piazzale della cattedrale, una scala scende alla Basilica Apostolorum, chiesa paleocristiana (IV secolo) che conserva parte della pavimentazione musiva. Al fianco destro della cattedrale è il Battistero (1089). Il Museo civico archeologico raccoglie oggetti di età romana, paleocristiana e altomedievale.
Poco distante è Portogruaro: il mare è a 19 km, ma “porto” lo fu, per via del Lémene che vi scorre rigando pigro la piana, per almeno mezzo millennio, fino al declino del ‘600.
Pregevole è il nucleo storico, disposto lungo due assi principali paralleli al corso d’acqua.
Si trova in piazza della Repubblica l’edificio più importante della città: la Loggia Comunale, il cui corpo centrale venne ricostruito fra il 1372 e il 1379. La piazza è ornata da una vera da pozzo con due gru in bronzo, simbolo della cittadina. Tangente alla piazza, corso Martiri della Libertà è l’asse principale del borgo antico, chiuso dalla cinta muraria duecentesca.
Il Museo nazionale concordiese, che conserva i reperti del sepolcreto paleocristiano di Concordia Sagittaria, fu istituito nel 1885 ed è oggi uno dei musei archeologici più importanti dell’Italia settentrionale.
La Mostra internazionale d’Arte cinematografica
Ogni anno a settembre Venezia si veste da gran sera e si apre al luccicante mondo della celluloide. Per una settimana la città onirica e scenografica per eccellenza si popola di divi in carne e ossa e silhouette immaginarie, fantasie di registi di tutto il mondo. Ma aggirarsi per il Lido in quei giorni non significa solo assistere alla passerella delle star che sfilano sotto una pioggia di flash o si recano alle serate di gala in attesa delle premiazioni: significa anche assistere in anteprima alla visione di opere di grandi firme o di talenti inediti, di mostri sacri europei e americani, ma anche di promesse provenienti da territori finora inesplorati.
La kermesse veneziana infatti è un’importante vetrina della cinematografia mondiale sin dal 1932, quando si tenne il primo Festival internazionale del Cinema. Da allora, e a eccezione degli anni della Grande Guerra, la Mostra non ha mancato un appuntamento.
E, esclusa la pausa degli anni ’70, il Leone d’Oro continua a essere assegnato ogni settembre, a celebrare il cinema e la città che, forse, meglio di ogni altra lo rappresenta.