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LA CITTÀ
Nell’immobile
campagna che la circonda, Treviso (m 15, ab. 82.000 ca.) appare
come un’oasi di acque e fiori, elegante ma senza sfarzo, alla
confluenza del Botteniga (Cagnàn) nel Sile. I resti degli
affreschi che ornavano le facciate dei suoi palazzi parlano del
suo sfolgorante passato di urbs picta; archi trilobati sussurrano
di un Oriente giunto dalla Laguna; santi e fanciulle ritratti
nelle sue chiese sono cavalieri e dame di un’Europa unita
dall’internazionalità dello stile gotico. In passato collegata a
Venezia da un sistema di corsi d’acqua, la città ha modellato la
propria struttura urbana sull’intricato scorrere dei canali,
fondando sulla forza dei mulini le prime produzioni manifatturiere
tessili. Una tradizione che si è evoluta nei modi e nel tempo,
facendo di Treviso una delle culle italiane del prêt-à-porter.
L’itinerario proposto parte dalla centralissima piazza dei
Signori, tocca il Duomo, il Museo civico e il complesso di S.
Nicolò, con la celebre sala del Capitolo affrescata da Tommaso da
Modena, e si conclude nel settore orientale della città,
Oltrecagnàn.
Piazza dei Signori conserva le vesti del vecchio centro di governo
comunale: sul lato maggiore, la Prefettura è ospitata nel
neoromanico palazzo del Podestà (1877); sul lato ovest è il
prospetto ottocentesco di Palazzo Pretorio; al centro spicca il
palazzo dei Trecento, in cui si riunivano le assemblee comunali e
trovavano sede le magistrature cittadine. All’angolo tra via S.
Margherita e via Martiri della Libertà si trova la loggia dei
Cavalieri (1276-77), sotto i cui archi si ritrovava nel medioevo
l’aristocrazia trevigiana.
Da piazza dei Signori un sottoportico conduce nella piazzetta
dell’ex Monte di Pietà, con la cappella dei Rettori e altri
ambienti riccamente decorati. Un sottoportico a sinistra del Monte
di Pietà conduce invece in piazza S. Vito, dove si trova la
piccola chiesa di S. Lucia, che conserva una Madonna con Bambino
di Tommaso da Modena. Dalla navata destra si accede alla chiesa di
S. Vito, radicalmente trasformata nella seconda metà del ‘500.
Giungendo dal Calmaggiore, tratto più importante del cardo
massimo, il Duomo si presenta dal lato delle cappelle absidali,
aggiunte da Pietro Lombardo tra ‘400 e ‘500.
La cattedrale è un crogiuolo di stili: sorse tra XI e XII secolo
sulle fondamenta di un tempio paleocristiano, ma il coronamento a
cupole risale al ‘700; il pronao neoclassico di facciata è del
1836; nell’interno si ammirano affreschi (1520) di Pordenone e
altri, oltre a una Annunciazione di Tiziano. L’adiacente edificio
romanico del Battistero (secoli XI-XII) presenta un bassorilievo
trecentesco sul frontone, fregi d’epoca romana ai lati del portale
e, all’interno, resti di affreschi dei secoli XII-XIV. Rinserrate
tra le absidi del Duomo sono le Canoniche Vecchie (IX secolo), che
ospitano il Museo diocesano di Arte sacra, dove è esposto, tra le
altre opere, l’affresco del Cristo Passo, capolavoro di Tommaso da
Modena. Nelle Canoniche Nuove è di enorme pregio il patrimonio di
rarità bibliografiche dell’Archivio e Biblioteca capitolare. La
vicina via Canova è impreziosita dalla tardogotica casa da Noal,
che ospita il Museo della Casa trevigiana, e dalla rinascimentale
casa Robegan, decorata con affreschi cinquecenteschi. Altre case
antiche sorgono fra portici ogivali, decorazioni in cotto e
affreschi nella vicina via Riccati.
Lungo borgo Cavour si trova l’ex complesso conventuale dei gesuiti
(del ‘500 ma ingrandito a inizio ‘900), sede della Biblioteca
comunale e del Museo civico Luigi Bailo con la Collezione
archeologica, la Pinacoteca, la Collezione d’Arte moderna e la
Collezione Salce. La Pinacoteca offre una panoramica della grande
arte d’ambiente veneto, con opere di Giovanni Bellini, Gentile da
Fabriano, Cima da Conegliano, Bordon, Tiziano, Lorenzo Lotto,
Jacopo Bassano, Pordenone, Giambattista Tiepolo, Pietro Longhi,
Antonio Canova, Francesco Hayez. La Collezione d’Arte moderna
illustra l’opera dei trevigiani Gino Rossi e Arturo Martini,
mentre la Collezione Salce comprende manifesti che testimoniano
l’evoluzione dei costumi fra il 1944 e il 1962.
Il maestoso edificio di S. Nicolò (1348), a sud-ovest della città,
è scandito all’interno da colossali pilastri cilindrici su cui
risaltano affreschi tardotrecenteschi di Tommaso da Modena e della
sua scuola. Le pareti sono decorate da opere di Palma il Giovane,
Francesco Bassano il Vecchio e Antonio da Treviso (XV secolo).
Adiacente alla chiesa è l’antico convento, all’interno del quale
si può visitare la sala del Capitolo con la famosa serie di
ritratti di Domenicani illustri affrescati con estremo realismo da
Tommaso da Modena nel 1352. Curiosi i tre piccoli musei che hanno
sede nel seminario vescovile: il Museo etnografico degli Indios
del Venezuela, il Museo di Archeologia e Paleontografia
precolombiana del Sudamerica e il Museo zoologico Giuseppe Scarpa.
Dal centro, in due passi si raggiunge il Cagnàn in prossimità
dell’isola della Pescheria. Risalendo la riva opposta del fiume si
giunge alla chiesa gotica di S. Francesco (1230), ristrutturata
nel 1928, durante il medioevo prestigioso pantheon cittadino:
accoglie i sepolcri della famiglia Da Camino, della figlia di
Petrarca e, dal 1935, di Pietro Alighieri, figlio di Dante.
Decorano l’interno pregevoli affreschi di Tommaso da Modena e
della sua scuola. Più a sud, il complesso conventuale di S.
Caterina dei Servi di Maria, fondato nel 1346 e restaurato con la
collaborazione di Carlo Scarpa dopo i bombardamenti del 1944,
ospita un fondamentale ciclo di affreschi di Tommaso da Modena
(Storie di sant’Orsola).
DA TREVISO A
CASTELFRANCO
A
ovest di Treviso la pianura racchiude alcuni gioielli
naturalistici e architettonici: dal Parco del Sile alla bella
villa Emo, fino a Castelfranco, cittadina murata omologa di
Cittadella, con cui l’itinerario potrebbe continuare in terra
padovana. Il Sile è il maggior fiume italiano di risorgiva; tre
gli ambienti principali che attraversa nel suo corso: le zone
umide e paludose vicino alla sorgente, il tratto tortuoso che
precede l’entrata in Treviso e, infine, il paesaggio lagunare in
prossimità della foce, toccando ville patrizie dello storico
Terraglio ed esempi di archeologia industriale. L’itinerario
esplora la zona delle sorgenti.
Testimonianza del passato resta a Paese la tardogotica casa
Quaglia, una delle prime dimore rurali derivate nel XV secolo da
modelli urbani. Da questo centro si segue a sinistra la strada che
conduce a Santa Cristina (nella parrocchiale si ammira la Madonna
in trono di Lotto), in prossimità della quale è l’Oasi
naturalistica di Cervara, ideale per il birdwatching. Continuando
a risalire il fiume su strade minori si raggiungono Cavasagra e
Casacorba, dove la segnaletica guida alle sorgenti del Sile, mille
ettari di canneti, polle e piccole paludi.
Per un itinerario architettonico, da Paese si prosegue alla volta
di Fanzolo o di Castelfranco. Fulcro dell’insediamento di Fanzolo,
frazione di Vedelago, è villa Emo (1550-60), progettata da Andrea
Palladio per Leonardo Emo, nobile veneziano che aveva qui una
fiorente tenuta agricola all’avanguardia, in cui fu introdotta per
la prima volta in Veneto la coltivazione del mais. La residenza
fonde esigenze di rappresentanza e funzionalità: il compatto ed
elegante volume centrale, a pianta quadrata e con pronao classico,
è affiancato da due ali di rustici destinati a usi agricoli. Le
sale interne sono decorate da un ciclo di affreschi di soggetto
mitologico (1565) di Giambattista Zelotti.
Fondata tra il 1195 e il 1199 come avamposto
militare-amministrativo di Treviso, Castello franco, oggi
Castelfranco Veneto, deve il suo nome all’esenzione da tributi
concessa ai suoi abitanti. La città fu contesa tra Treviso, Padova
e Vicenza, fino a entrare (1339) sotto il dominio di Venezia. Il
cielo, le nubi, i verdi umidi dei campi sono quelli che vide il
grande Giorgione (1477/78-1510) che qui nacque e cominciò a
dipingere. Le mura quadrate (lunghe 930 m e alte 17) del castello,
costruito alla fine del XII secolo, racchiudono il nucleo storico:
all’interno della cinta fu eretto nel XVIII secolo il Duomo dalle
forme palladiane che custodisce una nutrita serie di opere d’arte:
Madonna col Bambino in trono e i santi Francesco e Liberale
(1505), celebre pala di Giorgione, Martirio di san Bartolomeo di
Antonio Zanchi, San Sebastiano di Palma il Giovane, affreschi di
Paolo Veronese e Zelotti e tele di Palma il Giovane, Francesco
Maffei, J. Bassano e Annibale Carracci. Adiacente alla piazza del
Duomo è la gotica casa Marta Pellizzari, denominata “casa del
Giorgione” per la fascia decorativa a chiaroscuro al piano nobile
attribuita al maestro veneto. Nella vicina via Garibaldi il teatro
cittadino, iniziato nel 1754 su disegno di Francesco Maria Preti e
completato nell’800, racchiude un’elegante sala a tre ordini di
palchi con ampie finestre.
Proseguendo lungo la via in direzione nord si esce dalla cinta
muraria giungendo in piazza Giorgione, cuore dell’antica città,
che ospitava fiere e mercati agricoli. Al suo centro è la loggia
del Grano, costruita nel ‘400 e ristrutturata nel 1603.
Allontanandosi dal centro storico in direzione Treviso, si
superano la chiesa di S. Giacomo (progettata da Giorgio Massari) e
l’ex ospedale (opera di Preti) per giungere a borgo Treviso, il
più ampio tra i quartieri storici esterni alle mura. Vi sorge
palazzo Revedin-Bolasco che Giambattista Meduna costruì dopo il
1852 sostituendo la preesistente residenza seicentesca progettata
da Vincenzo Scamozzi. La tenuta comprende un vasto parco
all’inglese, con anfiteatro di statue, specchi d’acqua e
padiglioni eclettici.
DAL MONTE
GRAPPA AL BOSCO DEL CANSIGLIO
Dalla vetta del monte Grappa, cui si può giungere agevolmente da
Bassano, l’itinerario si snoda interamente nella Marca
settentrionale fra mille tonalità di verde, dai boschi ai vigneti.
Ci si lascia alle spalle lo scenario montano con i suoi ricordi
della Grande Guerra per sorseggiare un bicchiere di prosecco e
soffermarsi su luoghi ameni per tradizione: dopo la visita di
Àsolo, vero e proprio Parnaso veneto, e del capolavoro palladiano
di Masèr, il percorso tocca Valdobbiàdene e Conegliano, regno di
Bacco, per poi concludersi nelle solitudini dell’antico bosco del
Cansiglio.
Fra
le valli del Brenta e del Piave, il Grappa emerge con i suoi 1775
metri nella fascia montana a nord di Bassano. Legato
inscindibilmente alle vicende belliche della prima guerra mondiale
(nell’ottobre 1918 dopo la disfatta di Caporetto fu teatro
dell’episodio forse più sanguinoso del conflitto), il massiccio
offre oggi un ambiente ricco di faggi e abeti, con interessanti
possibilità escursionistiche.
Notevole opera di ingegneria militare è la galleria Vittorio
Emanuele III, il cui tracciato (km 1,5 ca.) fu scavato nel 1917-18
sotto il crinale, in modo che una rete di tunnel sbucasse su
ventitré batterie in caverna. Poco lontano, nei gradoni curvi del
Sacrario militare degli Italiani (1935), riposano 12.615 caduti,
mentre il Cimitero austroungarico accoglie oltre diecimila caduti.
Scendendo a valle per strada Giardino e proseguendo verso ovest si
incontra Possagno, paese natale di Antonio Canova, sepolto nel
tempio (1830), dottamente neoclassico, da lui disegnato; la
gipsoteca espone interessanti studi dello scultore.
Si prosegue quindi per Àsolo (m 190), capitale culturale di scorci
medievali, fontane e finestre fiorite, ulivi e cipressi, boscose
vallette e ville che si guardano di poggio in poggio. La struttura
urbana dell’abitato si sviluppa su due direttrici: borgo S.
Caterina verso Bassano del Grappa e borgo Novello verso
Castelfranco Veneto. Percorrendo i “foresti”, cioè le strade che
risalgono i versanti del colle, si raggiunge il centro storico,
dove si apre piazza Garibaldi o Maggiore, da cui una scalinata
scende verso il Duomo, sorto sulle fondamenta di un edificio
termale romano (rifatto nel 1747 e con facciata
tardo-ottocentesca), che custodisce un’Assunzione della Vergine di
Lotto (1506).
Nella piazza, all’angolo con via Regina Cornaro, la loggia del
Capitano (XV secolo) ospita il Museo civico, scrigno di materiale
archeologico paleoveneto, romano e altomedievale, pitture e
sculture, oltre che di cimeli dell’attrice Eleonora Duse (che
trascorse qui gli ultimi anni della sua vita) e di Caterina
Cornaro, nobile veneziana regina di Cipro che nel rinascimento
fece di Àsolo una corte di poeti e umanisti. Via Regina Cornaro
conduce a ciò che resta del castello della Regina, poi sede dei
podestà veneziani; il giardino è in parte occupato
dall’ottocentesca villa Beach, voluta dal poeta inglese Robert
Browning, uno dei tanti intellettuali che frequentarono la
cittadina, come Pietro Bembo, Gabriele D’Annunzio, Ernest
Hemingway. Tornando verso il centro, si può raggiungere la
medievale porta del Colmarion e, superato l’ex convento dei Ss.
Pietro e Paolo (XVII secolo), salire alle mura della rocca,
ricostruita dagli Ezzelini dopo il 1100. Dal percorso di guardia,
fedelmente restaurato, si gode uno splendido panorama. Lasciato il
centro storico è piacevole seguire, all’ombra di piante secolari,
l’antica discesa del Foresto Vecchio. Superata la chiesetta di S.
Angelo o S. Gottardo, di origine trecentesca, e la cinquecentesca
villa Zen, si arriva alla frazione Casella. Qui, sulla strada per
Masèr, sorge la seicentesca villa Rinaldi, una delle più
scenografiche architetture barocche della Marca.
A Masèr, dietro villa Barbaro (ora Volpi), il declivio di un colle
e una quinta di conifere; davanti, geometrie di giardini che si
prolungano nei campi: capolavoro di Palladio e dell’architettura
italiana, la dimora è paradigma perfetto del rapporto tra
architettura e paesaggio. L’architetto padovano la disegnò nel
1557 ca. per Daniele e Marcantonio Barbaro; la collaborazione con
i committenti, esperti di architettura e raffinati studiosi, gli
permise di realizzare compiutamente il suo modello di villa
ideale.
Il corpo centrale, avanzato, trasforma il preesistente castello
della famiglia in una sorta di tempio, con frontone sorretto da
colonne di ordine gigante, affiancato da due ali porticate. Sono
di Alessandro Vittoria le decorazioni in stucco (1525-1608),
mentre gli affreschi si devono a Veronese (1528-88), che animò gli
interni con molteplici e luminose illusioni ottiche. Sul pendio
retrostante la villa si apre il ninfeo semicircolare, mentre in un
rustico è stato allestito il Museo delle carrozze. Completa
l’insieme architettonico il Tempietto, terminato l’anno della
morte di Palladio (1580), piccolo edificio a pianta centrale
arricchito da statue e stucchi.
Lunga 47 chilometri, la strada del Vino Prosecco si snoda fra
vigne e cantine in un paesaggio di dolci colli fra Valdobbiàdene e
Conegliano, consentendo di effettuare un affascinante itinerario
enologico all’insegna del celebre e versatile vitigno. In questo
paesaggio dominato dai vigneti sorge Valdobbiàdene (m 253), culla
del famoso Cartizze; la parrocchiale, di origine trecentesca ma di
veste neoclassica con alto campanile isolato di Preti (1775),
conserva nell’interno dipinti di scuola veneta, tra cui una tela
di Palma il Giovane. Sovrasta l’abitato la frazione Pianezze (m
1150), unico centro sciistico della Marca. Il centro di Conegliano
(m 72) sorse all’ombra di un castello eretto già prima del Mille e
andò progressivamente distendendosi alle pendici di questa sorta
di “acropoli”. Per lo sviluppo urbano fu determinante la
costruzione (1329) di un triplo giro di mura e di un canale (il
Refosso) che collegava il torrente Ruio e il fiume Monticano.
Nella città, che è una delle capitali enologiche italiane, si
ritrovano la luce, i colori, l’atmosfera dei quadri di Giovanni
Battista Cima (Cima da Conegliano, 1459-1517 ca.) che qui nacque,
visse e lavorò per molti anni, e di cui è ancora visitabile la
casa quattrocentesca.
La moderna espansione dell’abitato ha il suo principale asse
viario in corso Vittorio Emanuele, poi corso Mazzini. Da piazza
XVIII Luglio si può raggiungere il centro antico tramite la
gradinata degli Alpini che sale a piazza Cima, su cui affacciano
il palazzo del Comune, ricostruito nel 1774 su un edificio
medievale, e il teatro dell’Accademia (1846-68). Alle due
estremità di via XX Settembre, che corre davanti alla piazza, si
trovano le antiche porte della città: a ovest porta Ruio (o porta
Dante), a est porta Monticano; nel tratto fra quest’ultima e
piazza Cima si nota una straordinaria cortina di nobili edifici
quattrocinquecenteschi: casa Codussi, palazzo Montalban Vecchio,
palazzo Sarcinelli, che ospita la Biblioteca civica e la Galleria
d’Arte moderna, e il Monte di Pietà. Muovendo invece verso porta
Ruio si raggiunge il Duomo, perfettamente inserito nel complesso
della Scuola dei Battuti (a cui fu annesso nel 1354), che conserva
una preziosa tela di Cima. Un passaggio sotto il campanile
tardoquattrocentesco permette di accedere alla Sala dei Battuti,
decorata da storie dell’Antico e Nuovo Testamento (XVI secolo). Da
piazza Cima si può salire ancora nell’area in cui sorgeva l’antica
rocca di Castelvecchio, di cui sono scampati alle demolizioni
settecentesche alcuni resti dell’antico duomo, inglobati
nell’oratorio di S. Orsola, e due torri. La torre della Campana
ospita il Museo civico, con lapidi, monete, sculture, dipinti,
reperti romani e preromani.
Vittorio Veneto: il nome è quello della battaglia finale della
prima guerra mondiale.
Ma “Vittorio” è un omaggio reso nel 1866 al primo re d’Italia,
Vittorio Emanuele II, quando la regione si unì al Regno, mentre
“Veneto” fu aggiunto nel 1923. La città (m 138) è il frutto della
fusione di Serravalle e Cèneda, rispettivamente borgo
settentrionale e borgo meridionale dell’abitato, che conservano
tuttora individualità ben distinte. A Cèneda sull’ampia piazza
Giovanni Paolo I affaccia la cattedrale duecentesca, ricostruita a
metà del ‘700; il portico accanto appartiene all’antica sede
municipale, la loggia del Cenedese, che la tradizione vuole sorta
nel 1538 su progetto di Andrea Sansovino, in cui ha sede il Museo
della Battaglia. Di fronte al prospetto barocco della chiesetta di
S. Paolo al Piano, il cinquecentesco Seminario Vescovile ospita il
Museo diocesano d’Arte sacra Albino Luciani, voluto dal futuro
pontefice Giovanni Paolo I allora vescovo di Vittorio Veneto
(1959-70).
Alla sinistra della loggia parte la strada che sale al castello di
S. Martino, antica residenza del vescovo-conte, rifatto in età
longobarda e nuovamente nel primo ‘400. Proseguendo verso nord si
incontra piazza del Popolo su cui si affaccia il neoclassico
municipio, mentre sulla sponda orientale del Meschio ha mantenuto
forme tardogotiche la quattrocinquecentesca chiesa di S. Andrea.
Inizia qui Serravalle, notevole esempio di borgo antico (secoli
XV-XVI) ben conservato. Il lungo edificio porticato dell’ospedale
della Scuola o Confraternita dei Battuti (XIV secolo) incorpora
l’oratorio di S. Lorenzo, d’impianto quattrocentesco, oggi sezione
del Museo del Cenedese. Nella raccolta piazza Flaminio, al termine
di via Martiri della Libertà che taglia scenograficamente il
borgo, affaccia la loggia Serravallese, o palazzo della Comunità,
ricostruita nel 1462, che ospita la sede centrale del Museo del
Cenedese, con reperti di archeologia paleoveneta, romana e
longobarda, dipinti e sculture. La piazza si apre oltre il fiume
verso il Duomo (rifatto a metà ‘700) che custodisce una Madonna
col Bambino e santi di Tiziano (1547). Dalla scalinata alle spalle
della Cattedrale, una passeggiata sale fino al santuario di S.
Augusta, originario del XV secolo ma rimaneggiato nel ‘600.
Lasciati i centri urbani, l’itinerario si chiude con un’escursione
storiconaturalistica nel bosco del Cansiglio. La Serenissima
chiamava “bosco da reme di S. Marco” (poiché ne ricavava i remi
per le sue galee) questa foltissima distesa di faggi, abeti e
larici che copre ancora 5800 ettari dell’altopiano di natura
carsica tra Trevigiano, Bellunese e Friùli. Data la natura del
terreno, numerose sono le cavità di sprofondamento, come le
spettacolari grotte del Calieron.
L’altopiano, per lo più lasciato a pascolo per cavalli, è una meta
ideale per chi cerca sentieri immersi nella natura, magari per
avvistare qualche animale selvatico: questa è terra di rapaci,
caprioli, daini, cervi e lepri.
Nella frazione Piano del Cansiglio (m 1028) si può visitare il
Giardino botanico alpino, che ricostruisce ambienti botanici e
fenomeni geomorfologici tipici del luogo. A poca distanza è il
Museo ecologico Giovanni Zanardo, mentre a Pian Osteria il Museo
etnografico dei Cimbri conserva testimonianze di cultura materiale
della popolazione di lingua germanica insediatasi in queste zone
fin dal XVIII secolo. |