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PADOVA

LA CITTÀ
Una pianta urbana tra le più irregolari, in cui si perde il filo della storia; i bassi portici della città vecchia dove da oltre sette secoli passeggiano studenti e docenti dell’Università; il profilo vagamente esotico delle basiliche del Santo e di S. Giustina, con i loro giochi di cupole e campanili; i salici piangenti lungo il Bacchiglione e gli olmi del vasto Prato della Valle, piazza d’acqua e di marmi. E poi Giotto agli Scrovegni, Donatello al Santo, il giovane Tiziano alla Scuola: sono molte le attrattive che fanno di questa dotta città (m 12; ab. 210.000 ca.) un’affascinante meta turistica e un crocevia ineludibile dell’arte italiana.
Il centro storico Un sistema articolato di tre piazze, l’ampia ansa del Bacchiglione che circonda l’area centrale dell’insula di epoca romana, il Bo’ o Università, i tavolini del Pedrocchi, la cappella degli Scrovegni, gli Eremitani, S. Sofia e la sua abside “bizantina”: il cuore storico e il centro moderno della città sono racchiusi entro un moderato raggio dal tetto a carena di nave del palazzo della Ragione, un concentrato dei mille volti e della vivacità culturale della città.
I banchi della frutta e della verdura animano ancora l’antica area dei commerci di piazza delle Erbe, definita a est dal retro a bugnato del palazzo Comunale o del Podestà (oggi sede municipale) di origini duecentesche, ma rifatto a metà ’500 e ampliato nel 1904. Scale cinquecentesche conducono all’interno del palazzo della Ragione, detto anche “il Salone” in riferimento alla grande aula del piano nobile, solenne edificio a pianta quadrilatera eretto nel 1218-19 come sede del tribunale, e ampliato nel 1306-1309 con il loggiato e l’inconfondibile tetto. La grandiosa sala, in cui spicca il famoso cavallo in legno quattrocentesco, sfoggia uno dei più vasti cicli astrologici al mondo, eseguito nel terzo decennio del ’400 sullo schema dei preesistenti affreschi giotteschi, distrutti da un incendio. Sulla adiacente piazza dei Signori prospettano la seicentesca chiesa di S. Clemente e l’elegante loggia del Consiglio o della Gran Guardia (1496-1553); sul fondo si erge il palazzo del Capitanio (1605), la cui facciata incorpora l’arco trionfale con l’orologio più antico d’Italia (1344, rifatto nel 1437). Al di là dell’arco si apre la corte Capitaniato, dove nel 1937-39 Giò Ponti progettò il Liviano, la nuova sede della Facoltà di Lettere e Filosofia: lo scalone seicentesco conduce nella sala dei Giganti decorata da affreschi del ’500; annesso al dipartimento di Archeologia è il Museo di Scienze archeologiche e d’Arte con pezzi antichi e rinascimentali, tra cui modelli di Donatello e di Bartolomeo Ammannati.
Nella vicina piazza del Duomo, chiusa da un fianco del palazzo del Monte di Pietà (1531-35) e dal Palazzo Vescovile, si impone per la grandiosa mole la chiesa dedicata a santa Maria Assunta, la cui fabbrica attuale risale a metà ’500, su disegno di Michelangelo interpretato in realtà assai liberamente.
L’edificio ha facciata incompiuta e un interno maestoso nella sua nudità; nella sagrestia dei Canonici, tele dei Bassano, di Paris Bordon, Jacopo da Montagnana, Giandomenico Tiepolo e altri si accompagnano a una Madonna di Giusto de’ Menabuoi e a una serie di tavolette trecentesche. Quando nel 1378 la costruzione romanica del Battistero (XII secolo) fu promossa a mausoleo dei Carraresi, le pareti interne furono decorate da un eccezionale ciclo di affreschi di Giusto de’ Menabuoi, gioiello del ’300 italiano: il Paradiso, Episodi della Genesi, Episodi della vita di san Giovanni Battista, di Maria e di Cristo, la grande Crocifissione. Lungo i portici di via Patriarcato si oltrepassa la facciata settecentesca della chiesa di S. Pietro, sorta durante il IX secolo, e prima che via Dante termini presso la porta Molino, via S. Fermo aggira gli isolati novecenteschi di piazza Insurrezione. Nei pressi spicca la settecentesca chiesa di S. Lucia o dell’Adorazione Perpetua, dall’armonioso interno animato da statue e abbellito da tele di Giacomo Ceruti e di Giambattista Tiepolo.
Accanto è la Scuola di S. Rocco (secoli XVXVI), decorata da affreschi con episodi della vita di san Rocco eseguiti verso il 1537 da Domenico Campagnola, Girolamo del Santo e Gualtiero Padovano. Da qui si raggiunge in breve l’animata piazza Cavour su cui il neoclassico caffè Pedrocchi (1831) è una pausa irrinunciabile nella visita della città: letterati e intellettuali che si incontravano nel famoso “caffè senza porte”, aperto anche tutta la notte, ne fecero l’incontrastato teatro della più vivace vita patavina. Poco lontano spicca l’Università, detta il Bo’ dal nome della locanda che qui sorgeva, la cui insegna era un bue, in veneto bo’. Fondata nel 1222 e frequentata da studenti e docenti insigni (conserva la cattedra di Galileo Galilei), è considerata la culla della medicina moderna; dal cortile cinquecentesco ornato di stemmi si accede al piano superiore, dove si dispongono ambienti storici di rappresentanza e di studio: da non perdere il Teatro anatomico.
Sulla riva opposta del Bacchiglione, già fuori dal nucleo storico, il complesso dei Carmini, o di S. Maria del Carmine, documentato dal 1212 e ricostruito a fine ’400, è stato il secolare fulcro del borgo Molino, a nord dellemura cittadine. Ai danni subiti durante il primo conflitto mondiale sono scampate la sagrestia e la vicina Scuola del Carmine, decorata da affreschi di Domenico e Giulio Campagnola, Girolamo del Santo e altri (XVI secolo).
A due passi, nel giardino pubblico dell’Arena, che trae nome dai pochi resti dell’anfiteatro romano del I secolo, spicca la cappella degli Scrovegni, fatta costruire in semplici forme romanico-gotiche nel 1303-1305 da Enrico Scrovegni in suffragio dell’anima del padre, famoso usuraio citato anche da Dante nella Commedia. Giotto la affrescò con un ciclo di 38 episodi del Nuovo Testamento, di eccezionale importanza dal punto di vista stilistico: realismo innovativo, composizione monumentale, rappresentazione sintetica, solido plasticismo e commossa drammaticità ne fanno un unicum della storia dell’arte.
Nello zoccolo delle pareti, le sette Virtù (destra) e i sette Vizi capitali (sinistra); alla parete d’ingresso, Giudizio universale; all’altare Madonna e due angeli, statue di Giovanni Pisano; nelle nicchie dell’abside, Madonne allattanti di Giusto de’ Menabuoi; dietro l’altare, sepolcro di Enrico Scrovegni.
Nell’antico convento degli Eremitani, sul lato sud della chiesa, hanno sede i Musei civici che comprendono: il Museo archeologico; il Museo Bottacin, con dipinti e sculture del XIX secolo e una preziosa raccolta numismatica; la raccolta dei bronzetti e delle placchette, con opere dei secoli XIV-XVII; la raccolta di ceramiche e vetri; la raccolta di incisioni e stampe; la ricca Quadreria Emo Capodilista, con dipinti veneti e fiamminghi (Scene mitologiche di Tiziano, Leda e il cigno di Giorgione, Giovane senatore di Giovanni Bellini) e la Pinacoteca, con artisti di scuola veneta dei secoli XIV-XVIII: Giotto (Cristo in Croce), Guariento, Boccaccio Boccaccino, Alvise Vivarini, Jacopo Bellini, Bordon, Paolo Veronese (Martirio dei santi Primo e Feliciano), Jacopo Tintoretto (Cena in casa di Simone), Tiepolo, Palma il Giovane e altri.
La chiesa degli Eremitani (276-1306), dedicata ai santi Filippo e Giacomo, è il risultato di un rifacimento imposto dal bombardamento del 1944. Nell’interno a unica navata i sepolcri e le sculture del ’300 e del ’500 passano quasi inosservati di fronte ai resti degli affreschi della cappella Ovetari o dei Ss. Giacomo e Cristoforo, capolavoro di Andrea Mantegna, Antonio Vivarini e altri (1448-55). In prossimità del quadrivio in fondo a via Altinate emerge S. Sofia, la chiesa più antica di Padova: forse di epoca carolingia, fu rifatta nei secoli XI-XII e rimaneggiata in seguito. L’abside è formata dalla sovrapposizione di tre ordini di arcate e l’interno romanico-gotico a tre navate è caratterizzato da un singolare deambulatorio di gusto bizantino.
La Cittadella antoniana
L’itinerario interessa il settore meridionale del centro; dopo aver sostato davanti alla tomba di Antenore, che Virgilio vuole fondatore della città, muove alla scoperta di Prato della Valle con la basilica di S. Giustina e piazza del Santo con la basilica omonima, l’oratorio di S. Giorgio e la Scuola: due straordinari complessi monumentali, due immagini emblematiche dell’anima composita di Padova, laica e religiosa, meta di processioni popolari e raffinati cenacoli culturali.
Su piazzale Antenore è la cosiddetta tomba di Antenore, edicola cuspidata del 1283 che copre un’urna marmorea tradizionalmente riferita al leggendario eroe, ma in realtà contenente le spoglie di un guerriero dei secoli II-IV. Percorrendo via Roma, una delle più animate della città, e proseguendo lungo via Umberto I, fiancheggiata da portici e palazzi antichi, si raggiunge la piazza più vasta d’Europa: Prato della Valle, un’area di 88.620 m2 solcata dall’ellisse della canalizzazione settecentesca che inscrive l’isola Memmia e sulla quale affacciano settantotto statue di personaggi legati a Padova e all’Università. La basilica benedettina di S. Giustina ha cambiato aspetto svariate volte; il volto in mattoni, coronato da otto cupole, cela interessanti elementi delle fabbriche anteriori. Nel vasto interno, diviso da grandi pilastri in tre navate, attraverso il coro vecchio (1462) si accede all’antisagrestia dove è custodito l’architrave del portale romanico (1080 ca.) del luogo di culto originario. Notevoli la pala (1575 ca.) di Veronese e gli affreschi di Sebastiano Ricci.
Perdendosi tra i viali, le aiuole, le vasche e le serre dell’Orto botanico, tra i più antichi d’Europa (lo volle l’Università nel 1545), si raggiunge il cuore della Cittadella antoniana: la vasta piazza del Santo, con il monumento al Gattamelata (1453). La basilica di S. Antonio, detta comunemente “il Santo”, è l’elemento che in assoluto sintetizza l’immagine della città (vedi pagina precedente). Tra le collezioni del Museo Antoniano, che ha sede in parte del complesso, spicca la lunetta di Mantegna dal portale maggiore della basilica.
A destra della basilica sorse nel 1377-84 l’oratorio di S. Giorgio; il ciclo di affreschi di Altichiero (1379-84) che lo decora, una delle testimonianze più interessanti della pittura italiana del XIV secolo, racconta le Storie dei santi Caterina e Giorgio. Sede della relativa confraternita, la Scuola del Santo fu invece fondata nel 1427; uno scalone del ’700 conduce alla sala di riunione del piano nobile, con pregevoli affreschi di artisti veneti del primo ’500 (fra i quali Tiziano) che celebrano il santo taumaturgo.

I COLLI EUGANEI E LE CITTÀ MURATE
Spesso avvolti nella nebbia, che ne rende ancora più impalpabile il contorno e quasi fiabesco l’aspetto, i colli Euganei si innalzano d’improvviso dalla pianura a sud di Padova. Gli inconfondibili profili conici e il verde intenso del loro manto rivelano l’origine vulcanica di questi modesti rilievi (altitudine massima 601 m), percorsi da una fitta rete di sentieri. Ad accrescere la magia della zona, in corrispondenza dei colli emergono in superficie, concludendo un percorso sotterraneo iniziato dalle Piccole Dolomiti, acque termali molto rinomate legate ai nomi di Àbano Terme, Battaglia Terme e Arquà Petrarca. Dalle meraviglie della natura a quelle dell’uomo, Este, Monsélice e Montagnana, incoronate da mura medievali, costellano il paesaggio ancora disegnato dalle canalizzazioni della Serenissima.
A una decina di chilometri da Padova sorge Àbano Terme, città d’acque universalmente famosa, di architetture novecentesche eclettiche e floreali. Non esiste, qui, uno stabilimento curativo principale: ciascuno degli oltre cento pozzi di acque mineralizzate viene fatto sfiatare in corrispondenza di ogni singolo albergo. La conseguenza è una struttura dell’abitato priva di centro. La vita gravita sul viale delle Terme, che unisce l’area del più antico insediamento (dominato dal millenario Duomo) all’espansione moderna. La via Pietro d’Abano conduce al piccolo rilievo di Montirone da cui sgorgava una delle sorgenti più calde del bacino termale; al n. 20 è allestita la Pinacoteca civica al Montirone, con autori di scuola veneta e lombarda.
L’area archeologica della vicina Montegrotto Terme testimonia l’impiego delle acque curative fin dall’antichità; oggi le attrattive del centro sono il verde e le piscine degli alberghi.
Importante per il suo ruolo di città fortificata, oltre che per le virtù termali e per le tradizioni manifatturiere, è Battaglia Terme. Precede il centro il Cataio (1570-73), imponente complesso residenziale turrito e merlato del condottiero della Serenissima Pio Enea I degli Olbizzi. Il sito è allungato sulle rive del canale della Battaglia, che i padovani scavarono alla fine del XII secolo per mettere in comunicazione Padova, la Laguna e Venezia, e la cui corrente, nei secoli XIII e XIV, ha azionato mulini e dato energia alla seconda cartiera della penisola. Intorno, sullo sfondo dei colli Euganei, fanno capolino antiche ville patrizie; tra queste, villa Selvatico-Capodilista, costruita a ridosso delle terme nei secoli XVIXVII in forme palladiane, si erge su una scenografica scalinata della metà del ’600 che la collega a un parco di gusto romantico. Un altro splendido giardino, questa volta all’italiana, circonda la cinque-seicentesca villa Barbarigo di Valsanzibio, vicino a Galzignano.
L’abitato di Arquà Petrarca (m 80) e il suo contesto collinare sono poco mutati da quando Francesco Petrarca (1304-74) li scelse per trascorrervi gli ultimi quattro anni di vita ed esservi sepolto: morì settantenne con il panorama dei colli Euganei negli occhi, nella casetta che si era costruito tra un uliveto e una vigna. L’impianto medievale è ben conservato attorno alla piazza-sagrato al centro del paese, sulla quale prospettano edifici quattrocenteschi: qui dal 1389 sorge su bassi pilastri il grande sarcofago della tomba di Petrarca. Dietro il sepolcro è la parrocchiale di S. Maria, di origine medievale ma rimaneggiata, che conserva una tela di Palma il Giovane. Da qui si sale per via Roma fino al giardinetto a bosso che cinge la casa di Petrarca: eretta nel XIV secolo come esempio perfetto dell’ideale vita solitaria ricercata dal poeta, fu ampliata nel ’500 e restaurata nel XX secolo. A sinistra della sala, dal soffitto trecentesco, si aprono le porte della camera da pranzo e dello studio; sulla destra la sala del camino e la camera cosiddetta “delle visioni”.
Monsélice, cittadina ambita già in epoca romana quando si chiamava Mons silicis (monte di selce), attirò le attenzioni della municipalità padovana e del vicario imperiale Ezzelino da Romano, a cui si dovette la costruzione della prima vera cerchia fortificata (1239), poi ampliata dai Carraresi: pochi tratti sono sopravvissuti agli abbattimenti del XIX secolo dovuti al successo delle manifatture tessili e dell’estrazione di trachite. Per celebrare l’ingresso della regione nel nuovo Stato italiano, fu ricavata nel 1870 la quadrata piazza Mazzini, risparmiando alle demolizioni la loggetta cinquecentesca di quella che è oggi la Biblioteca comunale e la duecentesca Torre civica, ridotta a campanile. Oltrepassato il ponte della Pescheria, gettato (1559) sul canale presso cui rimangono tratti delle mura carraresi, via Belzoni conduce a villa Pisani, eretta a metà ’500 su disegno di Andrea Palladio. La suggestiva via al Santuario, che sale verso il colle incontrando i monumenti più importanti, si apre nello slargo su cui affaccia lo storico castello, notevolissimo complesso originario dei secoli XI-XII. Lasciate a sinistra la scenografica scalea a terrazze e le statue grottesche di villa Nani-Mocenigo (secolo XVI), si giunge al Duomo vecchio: intitolato a santa Giustina, fu costruito in forme romaniche nel 1256 e restaurato nel 1935. Dietro la semplice facciata con protiro quattrocentesco, l’interno custodisce resti di affreschi del ’400 e un polittico coevo veneziano. Dal retrostante settecentesco piazzale della Rotonda si entra nel santuario delle Sette Chiese, che consta di sei cappelle disegnate nel 1605 da Vincenzo Scamozzi (i dipinti sono di Palma il Giovane) e della chiesetta di S. Giorgio. Al termine del viale prospetta villa Duodo, pure di Scamozzi(1593), ampliata sulla fronte nel ’700, quando fu eretta anche la monumentale scalea di accesso al giardino all’italiana. Sul colle domina la rocca, inaccessibile, voluta da Federico II e rinnovata dai Carraresi, da cui si gode uno splendido panorama.
A Este si spengono nella pianura le ultime ondulazioni dei colli Euganei; il profilo architettonico e la scena urbana sono dominati dal castello carrarese, con la sua cinta intatta, e dal costruire che fecero, tra ’600 e ’700, le nobili famiglie veneziane. Le origini della cittadina chiamata Ateste (forse dall’Athesis o Adige che la bagnava) risalgono a IX e VIII secolo a.C.; attorno al Mille vi si affermarono gli Este che ereditarono il nome proprio da questo centro, il maggiore della Bassa a sud di Padova. Dal mastio in vetta al colle scende la scenografica cortina a torri voluta dai Da Carrara (1339-40), che cinge un pendio oggi giardino pubblico. A valle, nell’ala superstite di palazzo Mocenigo, trova posto il Museo nazionale atestino, eccezionale collezione archeologica: la sezione preromana documenta la preistoria della città e degli Euganei dal Paleolitico all’età del Ferro; la sezione romana tratteggia invece la storia successiva; una sala espone opere medievali e moderne, tra cui una Madonna col Bambino (1504) di Cima da Conegliano. Da piazza Maggiore, su cui affaccia il palazzo del Municipio ricostruito nel ’600, i portici di via Principe Umberto avviano alla chiesa romanico-gotica di S. Martino (XI secolo), con campanile duecentesco, e a S. Maria delle Grazie, o Madonna della Salute, sorta nel 1717 su un santuario del XV secolo;all’interno, ritmato da grandi statue di metà ’800, si conserva l’immagine bizantina del XV secolo la cui fama miracolosa convinse gli Este a erigere la chiesa. S. Maria delleConsolazioni, detta anche degli Zoccoli (inizio del ’500); la cappella della Vergine conserva unmagnifico pavimento musivo romano proveniente da un vicino scavo. Superato dinuovo il canale di Este e varcata porta S. Francesco (1581), ci si trova di fronte alDuomo, ricostruito da Antonio Gaspari dopo che nel 1688 un terremoto aveva abbattuto il precedente tempio paleocristiano. Il grandioso interno a pianta ellittica ha ricca dotazionestatuaria e pittorica, culminante nell’abside con la grande pala di Giambattista Tiepolo(1759). Via dei Cappuccini porta, sul colle, al cosiddetto arco di Falconetto, che davaaccesso alla villa qui voluta nel ’500 dai Cornaro. Il complesso apre una serie di residenze nel verde: da vedere villa Kunkler, dove George Byron e Percy Bysshe Shelley soggiornarono nel 1817-18, e il tardocinquecentesco palazzo del Principe,cosiddetto perché Alvise Contarini fu eletto doge (1676) mentre vi risiedeva.
A Montagnana, in presenza di un complesso fortificato tra i meglio conservati al mondo (2km di cerchia murata), può succedere di sentirsi catapultati indietro nel tempo. Le ventiquattro torri che scandiscono le mura medievali sono aperte verso l’interno; nella planimetria le principali interruzioni corrispondono alla rocca degli Alberi o porta
Legnago e a porta Padova o al castello di S. Zeno, fatto costruire nel 1242 da Ezzelino da Romano e ridotto dalla Serenissima a deposito di canapa, le cui mura in cotto ospitano oggi il Museo civico. Fu il nobile veneziano Andrea Pisani a far costruire extra moenia, su disegni di Palladio, palazzo Pisani (1553-55); nell’atrio a colonne dominano le Quattro Stagioni di Alessandro Vittoria (1565-77).
L’asse viario che dal castello di S. Zeno attraversa l’abitato prende nel primo tratto il nome di via Carrarese, lasciando a sinistra il severo palazzo del Municipio (disegno
attribuito a Michele Sanmicheli, 1538), e aprendosi sul lato opposto, nello slargo centrale, a portici che tracciano una suggestiva prospettiva del Duomo. Iniziato nel 1431 e concluso da Lorenzo da Bologna nel 1502 in sostituzione di una chiesa d’epoca romanica, il Duomo custodisce nell’interno rinascimentale numerose opere d’arte, tra cui due pale di Giovanni Buonconsiglio (inizi del ’500), Assunzione della Vergine, forse del medesimo autore, e Trasfigurazione di Paolo Veronese (1555) sull’altare maggiore attribuito a Jacopo Sansovino. La chiesa di S. Francesco, infine, conclusa nel ‘400, conserva una Trasfigurazione della scuola di Veronese e una Madonna col Bambino di Palma il Giovane.
Tornando verso il capoluogo, merita una deviazione l’abbazia di Praglia, monumentale complesso benedettino fondato nel XII secolo e riedificato nei secoli XV-XVI in un angolo suggestivo dei colli Euganei.
Una scalea precede la chiesa dell’Assunta (1490-1560), scortata da un campanile romanico, unico resto della chiesa originaria.
Sul fianco destro della chiesa è l’ingresso al monastero, con il chiostro botanico da cui si accede a un chiostro pensile, quindi al refettorio grande con stalli lignei settecenteschi e una Crocifissione di Bartolomeo Montagna (1499-1500). Di grande impatto il chiostro doppio a portico e loggia, costruito nel 1461.

LA PIANURA VERSO TREVISO
Fondata a cavallo tra XII e XIII secolo lungo l’asse viario dell’antica Postumia, Cittadella era centro amministrativo del contado e avamposto militare di Padova, che fronteggiava la sua omologa trevigiana Castelfranco. Il percorso, profondamente segnato dal tracciato territoriale imposto dalla centuriazione romana, conduce da Padova alla cittadina fortificata toccando la magnificenza di villa Contarini a Piazzola sul Brenta, per continuare idealmente in provincia di Treviso, con Castelfranco appunto, e concludersi con l’eleganza di villa Emo a Fanzolo.
A Piazzola sul Brenta, fra Padova e Cittadella, emerge l’imponente complesso architettonico di villa Contarini che nacque da una progressiva trasformazione dell’antico castello, prima rimodellato in villa forse da Palladio (1546) e poi, tra il 1660 e il 1675, ingrandito fino a divenire una vera e propria reggia. Un viale prospettico introduce nella corte d’onore, un’ampia esedra delimitata da un semi-emiciclo porticato che fungeva da foresteria. Il corpo centrale è affiancato da grandi ali balaustrate seicentesche, che si prolungano sul lato destro fino a ricongiungersi alla foresteria tramite un passaggio su arcate che supera la roggia Contarina. All’interno della residenza, che fu teatro di feste memorabili, si percorrono ambienti riccamente decorati tra cui spiccano la sala della Musica e la sala delle Audizioni, una sopra l’altra, comunicanti tramite un’apertura circolare dalla quale le note suonate nel livello superiore si diffondevano in quello sottostante, ottenendo un effetto acustico purissimo. Nel retrostante parco di oltre 40 ettari si alternano piante esotiche, peschiere e laghetti.
L’ellittica cinta di mura che racchiude Cittadella è intatta immagine di un brandello di medioevo. All’interno, l’edilizia veneta a portici sviluppa in un reticolato regolare l’incrociarsi delle due strade da Padova a Bassano, da Vicenza a Treviso. Rifondata nel 1220-21 dai padovani in opposizione alla trevigiana Castelfranco, la città è accomunata all’avversaria dall’ordine e dall’armonia dei tracciati urbani: cerchio e quadrato perfetti, ripartiti da due assi ortogonali attorno a cui il tessuto edilizio si articola in rigorose scacchiere. Su piazza Pierobon, baricentro del nucleo storico, prospetta la chiesa dei Ss. Prosdocimo e Donato, di origine duecentesca ma rifatta nel XVI secolo e poi ricostruita in forme neoclassiche (1774-1826); nella sagrestia si ammirano Cena in Emmaus di Jacopo Bassano, Flagellazione di Palma il Giovane e altri dipinti di scuola veneta dei secoli XVI-XVIII. Delimita il lato occidentale della piazza la loggia del Municipio, originaria del XIV secolo ma ristrutturata ai primi del ’900. Proseguendo verso ovest, in direzione di porta Vicenza, si supera il Teatro sociale (1817-28); muovendo invece a est, verso porta Treviso, si incontra il Palazzo Pretorio.
Sull’asse nord-sud si trovano la quattrocentesca Podesteria di fuori e la torre di Malta, fatta costruire nel 1251 come carcere politico da Ezzelino da Romano. Di fronte è la chiesa del Torresino, edificata a ridosso delle mura nel XIII secolo e ampliata nel XVIII. Più avanti, fuori le mura, sorge la pieve di S. Donato risalente al XII secolo, per lungo tempo principale sede religiosa dell’abitato.

Lungo la Riviera del Brenta
Da Padova, una gita fluviale sullo storico Burchiello conduce alla scoperta delle splendide ville che si susseguono lungo la Riviera del Brenta, prima opera di canalizzazione della Repubblica di Venezia effettuata nel XV secolo per proteggere il sistema lagunare dall’interramento. Già in territorio veneziano, l’escursione si effettua in genere da terra verso il mare, ripercorrendo in senso contrario il tragitto dei nobili veneziani che, dalla Laguna, raggiungevano le residenze estive in campagna, luoghi d’ozio e di divertimenti, qualche volta di esilio dorato, spesso cenacoli di artisti e intellettuali. In una placida atmosfera, fra il verde e il fiume, si affacciano alla vista scenografici prospetti architettonici e giardini superbi, a rievocare i fasti e le delizie della “vita in villa”.
Tra la cinquantina di ville che si susseguono lungo il Brenta tra le località di Stra, Dolo e Mira, spiccano villa Badoer-Draghi, della fine del ’400, la più tarda villa Zanetti (secoli XVII-XVIII) e soprattutto villa Pisani Nazionale (nella foto) del 1740, che custodisce Gloria di casa Pisani di Tiepolo (1760-62). L’incantevole carellata prosegue con villa Soranzo (primi ’500) e con villa Lazara Pisani, detta la Barbariga, immersa in un giardino di impianto sette-ottocentesco. Chiude l’itinerario villa Foscari, detta la Malcontenta, edificata da Palladio verso il 1555, su cui aleggia ancora la presenza della leggendaria nobildonna di casa Foscari, sospettata di adulterio e ivi relegata.