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LA CITTÀ
La
“piccola Venezia di montagna” (m 383, ab. 35.000 ca.), o la “città
splendente” come la battezzarono i celti, sorge su una terrazza
rocciosa alla confluenza del torrente Ardo nel Piave. Il legno
delle Dolomiti agordine, che fanno da corona al profilo
dell’abitato, è un elemento chiave nella storia del luogo:
bellunesi erano gli zattieri che fluitavano i tronchi di abete
sino alle Zattere di Venezia; bellunese fu l’intagliatore Andrea
Brustolon, attivo fra ‘600 e ‘700; e forse i pittori bellunesi
Marco e Sebastiano Ricci portarono qualcosa dei colori del bosco e
delle sue ombre nella pittura veneziana dei primi del ‘700.
La parte più antica della città, di chiara impronta veneziana, non
conserva nulla del suo passato altomedievale, né di quello romano.
Baricentro urbano e luogo d’incontro dei bellunesi è lo slargo
Campedél, ufficialmente piazza dei Martiri; sul lato nord
affacciano il neoclassico palazzo Cappellari Prosdocimi e la
cinquecentesca chiesa di S. Rocco, rimodernata a metà ‘800.
Nell’attigua piazza Vittorio Emanuele II si fronteggiano il Teatro
comunale di Giuseppe Segusini (1835), il cinquecentesco palazzo
Doglioni e il palazzo Fulcis-De Bertoldi, ricostruzione
tardosettecentesca di preesistenti edifici.
Fulcro della vita politico-religiosa bellunese, piazza del Duomo è
uno spazio articolato, frutto di interventi architettonici
cinquecenteschi, su cui prospettano la cattedrale, palazzo dei
Rettori e la Torre civica.
Il Duomo (VII secolo) si presenta nella veste che gli diede Pietro
Lombardo nel 1517, mentre si deve a Filippo Juvarra il disegno del
campanile, eretto nel 1732-43; il luminoso interno in stile
rinascimentale conserva opere di Andrea Schiavone, Cesare Vecellio,
Jacopo Bassano, Palma il Giovane e altri. Di fronte è il
Battistero, del 1520 ma trasformato nell’800, con fonte
battesimale sormontato da una statua di Brustolon. Chiude il
fronte nord della piazza il palazzo dei Rettori (1491), sede della
Prefettura, la cui facciata, sopra l’arioso loggiato, è animata
dal serrato allineamento di bifore centinate. Sulla destra si
elevano la torre dell’Orologio (1549) e il palazzo dei
Vescovi-conti (1190), più volte rimaneggiato.
Un po’ arretrato rispetto alla piazza, palazzo dei Giuristi (1664)
accoglie le collezioni storico-artistiche del Museo civico; di
grande interesse la Pinacoteca, che vanta opere di maestri locali:
Simon da Cusighe, Bartolomeo Montagna, Giovanni da Mel, i Ricci,
Alessandro Longhi, ma anche C. Vecellio, Palma il Giovane e
Domenico Tintoretto. Tra gli scultori spicca Brustolon. Le sezioni
preistoriche e archeologiche annoverano materiale preistorico e
antichità romane.
Tra
piazza Vittorio Emanuele e via Rialto, porta Doiona (1553), che
era il principale accesso alla città vecchia, mantiene nella
fronte interna l’originario aspetto medievale (1268).
Via Rialto introduce a piazza del Mercato, antico sito del foro
romano; vi si riconoscono una fontana del 1410, il palazzo dell’ex
Monte di Pietà (1501) e la gotica loggia dei Ghibellini (1471),
inglobata in un palazzo del XVI secolo.
Si prosegue in via Mezzaterra, che fu l’asse mediano del castrum e
della città medievale; deviando dalle sue architetture venete, via
Brustolon conduce alla trecentesca chiesa di S. Pietro, rifatta
verso la metà del XVIII secolo, che custodisce quattro portelle
d’organo di Schiavone, pale scolpite da Brustolon, e una Madonna
di S. Ricci.
Dall’adiacente Seminario gregoriano, le atmosfere d’epoca di via
S. Maria dei Battuti avviano a porta Rugo, già parte delle mura
trecentesche ma rimaneggiata nel 1622. Da qui si scende a borgo
Piave, suggestivo quartiere fluviale con tratti d’impianto urbano
quattro-cinquecentesco.
Da piazza Vittorio Emanuele II, i palazzi cinqueseicenteschi di
via Roma conducono a S. Stefano (1468), l’unica chiesa
compiutamente gotica del Bellunese; all’interno conserva opere di
C. Vecellio e Brustolon.
Per una gita nei dintorni di Belluno, si può scegliere tra una
discesa sulle bianche distese del Nevegàl oppure una passeggiata a
piedi o a cavallo nel verde rilassante dell’Alpago, verde bacino
disseminato di paesini scenografici sullo sfondo di modeste cime
dolomitiche; entrambe le mete sono l’ideale per la mountain bike.
Chiare segnalazioni indirizzano dal capoluogo all’Alpe del Nevegàl,
terrazzo prativo a circa m 1000 di quota in posizione panoramica
sulla val Belluna. Piacevole è percorrere la strada panoramica tra
prati e boschi lungo l’altopiano alle pendici del col Visentìn,
dove d’inverno la neve copre le piste da sci fino agli oltre m
1600 del col Torònt. Ulteriori indicazioni per Tassei (m 568) e
Valmorèl (m 792) conducono agli sterrati del versante prealpino
della valle.
LA VAL
BELLUNA
Dal cuore delle Dolomiti venete, il Piave descrive una curva verso
ovest e scorre tra i contrafforti dolomitici a nord e le Prealpi a
sud, disegnando il solco che prende il nome di val Belluna. Sulla
destra del Piave la statale 50 collega Belluno alla vivace città
d’arte di Feltre, attraversando l’area economicamente più dinamica
del territorio bellunese; sulla sponda opposta, la provinciale
detta “Sinistra Piave” consente di apprezzare la bellezza del
paesaggio e di accostarsi agli episodi più significativi della
storia dell’arte locale.
Partendo dalla destra del Piave l’itinerario esce da Belluno in
direzione sud-ovest, percorrendo via Internati e Deportati.
Proseguendo in direzione di Àgordo, in frazione Landrìs spiccano
tre ville disposte in successione sul fianco della collina: villa
Miari-Bentivoglio (XVIII secolo), villa Miari-Giacomini,
trasformazione novecentesca di un edificio più antico e, in
posizione dominante, la seicentesca villa Rudio, d’impronta
veneziana.
Nei pressi di Mas colpisce il grande chiostro della certosa di
Vedana: documentato già nel 1115, il complesso religioso è oggi
convento di clausura femminile. Da qui si può continuare per Mis
raggiungendo, presso il lago omonimo, il Parco nazionale delle
Dolomiti bellunesi. Istituito nel 1993 per tutelare il versante
settentrionale della val
Belluna,
copre una superficie di 32.000 ettari in un’area ricca di flora e
fauna. Qui prosperano più di 1500 specie floristiche, tra cui la
campanula del Moretti, simbolo del Parco, e numerosi animali, tra
cui il camoscio, il cervo, il muflone, la volpe, la martora e
l’ermellino, ma anche l’aquila reale, il falco pecchiaiolo, il
gufo reale e la civetta nana. L’area del parco si estende tra le
valli del Cismon e del Piave ed è circondata dalle imponenti Alpi
Feltrine, caratterizzate da versanti scoscesi e numerosi
ghiacciai. Cuore delle Dolomiti bellunesi è il gruppo Feruch-Monti
del Sole, con folti boschi e creste selvagge. Altri gruppi al’interno
dell’area protetta sono quello della Schiara-Pelf, dalle
caratteristiche pareti dolomitiche, e quello della dorsale Monte
Talvena-Cima di Pramper, ricoperto da una verdissima boscaglia.
Seguendo da Belluno le segnalazioni per il Nevegàl, si imbocca la
Sinistra Piave che passa nelle vicinanze di villa Buzzati,
perfetto esempio di dimora ottocentesca di gusto romantico,
appartenente alla famiglia dello scrittore bellunese che riposa
nel cinquecentesco oratorio sul ciglio della strada; da qui Dino
Buzzati (1906-72) descriveva la sua città natale e il suo superbo
scenario montano.
Si prosegue per Mel, dove il pendio di piazza Luciani compone un
insieme armonioso, incorniciato da edifici dei secoli XVI e
XVII: il Municipio, palazzo delle Contesse (ora centro culturale e
sede del Museo civico archeologico), palazzo Del Zotto e il
trecentesco palazzetto Barbuio. Sul lato meridionale della piazza,
la storica locanda al Cappello risale alla fine del XVII secolo.
Dalla frazione Campo San Pietro (m 309) si raggiungono su un
panoramico colle le rovine medievali del castello di Zumelle (m
453).
Varcato il Piave, su un colle all’estremità occidentale della val
Belluna appare Feltre (m 325), che di ricente ha riscoperto e
valorizzato la sua vocazione turistico-culturale: il nucleo antico
della città vanta un’omogenea dignità cinquecentesca di sapore
veneziano; e a questo si aggiungono i tesori artistici custoditi
nel Museo civico e la sistemazione dell’area archeologica del
Duomo. Per una visita alla città, si accede a via Mezzaterra, asse
della cittadella storica, da largo Castaldi attraverso la
tardoquattrocentesca porta Imperiale; frutto dell’intervento
veneziano seguito al 1510, quando Feltre fu rasa al suolo dai
soldati della lega di Cambrai, la fronte edilizia della strada
presenta una lunga sequenza di nobili palazzi, impreziositi in
facciata da affreschi o graffiti del feltrino Lorenzo Luzzo (XVI
secolo). Nella parallela via del Paradiso, che si apre con il
palazzo del Monte di Pietà (XV secolo), sorge il cinquecentesco
palazzo Cumano, dove è ospitata la Galleria d’Arte moderna Carlo
Rizzarda, che documenta la tradizione locale di lavorazione del
ferro battuto; la raccolta di sculture e dipinti di artisti di
‘800 e ‘900 annovera opere di Giovanni Fattori e Carlo Carrà. Tra
i più moderni edifici delle vie Campo Mosto e Campo Giorgio si va
alla cattedrale, di antichissima origine ma ricostruita nel XVI
secolo; sul sagrato della chiesa sono emersi edifici civili e
religiosi di età romana e paleocristiana, mentre sul retro, presso
l’abside gotica, si affaccia il portico della chiesa della Beata
Vergine del Rosario, ora Battistero (XVI secolo). Via Mezzaterra
sbocca nello scenografico slargo a più livelli di piazza Maggiore,
su cui prospetta palazzo Pretorio, unito a palazzo della Ragione o
dei Rettori, oggi Municipio (1548-70), di gusto palladiano; dal
1684 il salone al piano nobile accoglie il teatro della Senna. Al
piano intermedio della piazza, monumenti di metà ‘800 onorano
Vittorino da Feltre e Panfilo Castaldi.
Concludono l’articolato spazio una fontana (1520) e la sovrastante
chiesa di S. Rocco (1599), mentre dall’alto domina il mastio
quadrato del castello. Via Luzzo, proseguimento di via Mezzaterra,
è fiancheggiata da case del rinascimento fra cui palazzo
Villabruna, sede del Museo civico con opere di Gentile Bellini,
Cima da Conegliano, Palma il Giovane e M. Ricci. La via prosegue
fino a borgo Ruga, fuori porta Oria, con la quattrocentesca chiesa
di Ognissanti che custodisce una pala di Jacopo Tintoretto e la
Trasfigurazione, capolavoro di Luzzo (1522). Da Feltre si possono
effettuare escursioni nel Parco delle Dolomiti bellunesi; al passo
di Croce d’Àune (m 1100), attrezzato per vacanze estive e sport
invernali; alla Riserva naturale statale del Vincheto, zona umida
con ricca e varia avifauna; infine, nei pressi della frazione
Cellarda, al santuario dei Ss. Vittore e Corona, consacrato nel
1101.
LO ZOLDANO E
L’AGORDINO
Nel comparto dolomitico occidentale della montagna veneta,
coronato da imponenti gruppi montuosi, la presenza avvolgente
della natura, il tessuto abitativo rurale e le tracce
dell’attività mineraria del passato, che ha inciso profondamente
il paesaggio, meritano un’attenta esplorazione. Prima di salire,
su in quota, fino alle vette della Civetta e della Marmolada,
grandiose scenografie di un turismo ormai consolidato. La pallida
dolomia, all’alba e ancor più al tramonto, si tinge di rosa,
rosso, violetto, luminosa nel cielo crepuscolare: è l’enrosadira,
straordinario spettacolo naturale.
Per il paesaggio affascinante e vario, le vallate serene, i prati
ondulati, i piccoli laghi che specchiano cime e abeti, le Dolomiti
hanno celebrità universale e sono la landa più frequentata delle
Alpi per le villeggiature, gli sport della neve, l’alpinismo.
Venendo dal capoluogo, prima tappa è Longarone, all’imbocco della
valle di Zoldo, ricostruito dopo l’esondazione dalla diga del
Vajont (ottobre 1963); il tragico evento, che costò la vita a
oltre 1900 persone, è documentato nel piccolo Museo del Vajont.
Risalendo la valle si giunge a Forno di Zoldo, dal XV al XVII
secolo importante polo metallurgico, oggi luogo di villeggiatura e
base alpinistica. Nel nucleo antico della cittadina sorge l’ex
palazzo del Capitaniato (XVI secolo).
Proseguendo
nella val Rutorto si sale a Zoppè di Cadore (m 1460), comune
sparso in una dolce conca prativa. Deviando per la forcella
Cibiana (m 1530) si incontra il piccolo abitato di Fornesighe (m
1010), uno dei più interessanti complessi di dimore rustiche
bellunesi. Più oltre è Cibiana di Cadore. Addentrandosi invece
nella conca superiore della valle di Zoldo, dove si sgranano le
frazioni di Zoldo Alto (Fusine, Coi, Pianaz, Mareson-Pècol),
l’attenzione è catturata dalla spettacolare piramide scalinata del
Pelmo (m 3168), che si disegna sopra le abetaie, e dallo scabro
bastione della Civetta (m 3220), il fulcro del turismo che gravita
nel bacino terminale della valle del torrente Maè, o valle di
Zoldo. Nella sede comunale Fusine (m 1177) sono da vedere la
parrocchiale di S. Nicolò (Crocifisso ligneo di Brustolon) e la
settecentesca casa Piva; qui fanno capo impianti di risalita e
piste da sci. Più rustici nell’aspetto sono rimasti i villaggi di
Costa, Brusadàz e Coi, più in alto, nonché Chiesa di Gòima,
storico abitato nei pressi di antiche miniere, dove sorge anche il
Museo etnografico della Valle di Gòima. Oltre Pècol, la statale
risale i prati di Palafavera: la seggiovia verso Pioda è base per
il vasto comprensorio sciistico della Civetta, la cui parete
rocciosa a nord-ovest è una palestra naturale di alpinismo e
arrampicata.
Lasciata la valle di Zoldo, si entra in val Fiorentina, da “Ferentina”,
termine che ricorda la presenza di storiche miniere di ferro e dà
il nome anche al torrente che percorre il bacino del Cordévole, da
cui si godono meravigliose vedute dolomitiche attorno alla
forcella Staulanza, tra il Pelmetto (m 2993) e il monte Crot (m
2157).
Superata la frazione Pescùl, con il gigantesco San Cristoforo
affrescato sulla cinquecentesca chiesa di S. Fosca, si arriva a
Selva di Cadore (m 1335). Meta turistica recente, l’abitato offre,
oltre a interessanti esempi di dimore rustiche nelle frazioni, la
quattrocentesca chiesa di S. Lorenzo; nel Museo civico della val
Fiorentina, diviso in una sezione geologica e una archeologica,
sono esposti scheletro e corredo funerario dell’“uomo di Mondevàl”,
da una sepoltura mesolitica nei pressi del passo di Giau. Al di
sopra di grandi abetaie, si alzano muraglie di roccia, creste
seghettate, sottili campanili. In questi gruppi di monti isolati,
di forme bizzarramente irregolari, emerge, regina delle Dolomiti,
la Marmolada (m 3343), la cima più alta e con l’unico grande
ghiacciaio. Il passo di Fedaia (m 2057), miglior accesso al gruppo
montuoso, si raggiunge da Caprile risalendo la val Pettorina e
attraversando Rocca Piètore, dall’interessante parrocchiale
tardogotica. Ci si addentra nei suggestivi Serrai di Sottoguda,
profonda gola dove il torrente Pettorina scorre fra alte, dirupate
pareti rocciose, per giungere a Malga Ciapela (m 1450). Da qui si
dipartono tronchi di funivia per la Marmolada di Rocca (m 3270),
che offre un panorama grandioso, in prossimità del più esteso
ghiacciaio della regione. Si sale ancora fra strutture ricettive e
impianti di risalita, guadagnando il passo di Fedaia e l’omonimo
lago artificiale sotto la Marmolada. La strada entra quindi in
territorio trentino, verso Canazei.
Scendendo nel fondovalle del Cordévole, il breve percorso da
Caprile ad Àlleghe corre tra la spettacolare vista della parete
nord della Civetta e la sponda del lago di Àlleghe (m 966). A
valle del lago, il solco del Cordévole si fa profondo, per
riaprirsi in corrispondenza della confluenza del Biois, dove sorge
Cencenighe Agordino, centro turistico e di piccola industria.
Risalendo la valle del Biois si incontra Sacchèt (m 1035), sede
del comune di Vallada Agordina, a monte del quale si trova la
chiesa di S. Simon (1185), recentemente restaurata; segue Canale
d’Àgordo, nella cui parrocchiale (rifatta nel 1859) è conservato
un tabernacolo ligneo di Brustolon; questa è zona di sci di fondo.
Alla biforcazione della valle si dispone Falcade (m 1137),
importante centro escursionistico e sciistico; all’uscita del
paese ci si può dirigere al passo di San Pellegrino, e da qui a
Moena in Trentino; oppure al passo di Valles, e da qui alla
foresta dell’esteso Parco naturale di Paneveggio. Rilievi boscosi
e lo sfondo dolomitico delle pale di San Lucano e del monte Agnèr
incorniciano Àgordo (m 611), centro principale della valle del
Cordévole, di tradizioni artigianali e minerarie, sulla cui ampia
piazza si affaccia palazzo Crotta-De Manzoni (secoli XVIII-XIX):
nelle ex scuderie è ospitato il Museo dell’Ottica e dell’Occhiale,
con oltre 1200 pezzi d’epoca; nella parrocchiale ottocentesca,
tele di Palma il Giovane.
IL CADORE
Anche il Cadore, l’alto bacino del Piave, è splendida terra di
montagne: il paesaggio vede avvicendarsi in altezza il campo e il
prato, l’abete e il larice; paesaggi dolcissimi, estese foreste,
paesi raccolti intorno ai campanili, laghi cristallini, su cui
all’improvviso svetta la dolomia, che si sfrangia in torri,
guglie, pinnacoli.
Indiscusso capoluogo storico del Cadore, Pieve di Cadore (m 878)
sovrasta il lago artificiale del Piave. Il nobile decoro antico
dell’abitato rivela la prosperità dei mercanti locali che
portarono alla Serenissima la ricchezza dei loro abeti. Nella
cornice di montagne svettano le Marmarole, che Tiziano Vecellio,
nato qui sul finire del ‘400, si portò negli occhi a Venezia. La
cittadina conserva sulla centrale e caratteristica piazza Tiziano
il quattro-cinquecentesco palazzo della Magnifica Comunità di
Cadore, antico organismo di governo. Nel Museo archeologico
cadorino allestito nell’edificio sono esposti ex voto della stipe
di Làgole (IV-II secolo a.C.) e materiali degli scavi di Valle di
Cadore. La parrocchiale di S. Maria Nascente, ricostruita nel
1761, custodisce una Madonna col Bambino di Tiziano. La cosiddetta
“casa di Tiziano”, modesto edificio quattrocentesco indicato senza
prove certe come casa natale del maestro, conserva cimeli che lo
riguardano. Accanto, la casa Vallenzasca presenta sulla facciata
un affresco, forse opera giovanile del grande pittore. La delicata
Madonna col Bambino nella vicina parrocchiale di Pozzale (m 1054)
è invece di Vittore Carpaccio e bottega (1519). In frazione Tai di
Cadore è allestito il Museo dell’Occhiale, che racconta le fasi
dell’evoluzione dal monocolo alle moderne montature: non a caso,
visto che questo è storicamente il distretto italiano
dell’occhiale. Più oltre è Cibiana di Cadore, “il paese che
dipinge la sua storia”: l’idea di trasformare il villaggio in un
museo en plein air nacque nel 1980, sia per un rilancio turistico
sia per assicurare la memoria delle antiche tradizioni. Cibiana
offre così oggi al visitatore una suggestiva commistione di
architettura rurale e pittura, con più di cinquanta murales che
ritraggono scene di vita locale e della storia di personaggi o
eventi particolari, inerenti alla casa su cui sono dipinti. Nelle
vicinanze, sul monte Rite, ha sede il museo più alto d’Europa,
nato da un’idea di Reinhold Messner, interamente dedicato alle
Dolomiti: il Museo nelle Nuvole Monte Rite. Passata Lozzo, diverge
a destra la strada per il passo Mauria, che conduce nello storico
Oltrepiave: a Vigo di Cadore (m 951) meritano attenzione la chiesa
di S. Orsola (1344-46) e la vicina Biblioteca storica cadorina.
Opposto a Vigo, Lorenzago di Cadore (m 883) fu riedificato con
pianta a scacchiera nel 1855-56. Seguendo il corso del Piave, dopo
Santo Stefano di Cadore ci si immette a est sulla statale per
Sappada: si sale a San Pietro di Cadore (m 1100), dove il palazzo
Poli-de Pol (1663-66), con facciata di Baldassarre Longhena, offre
un esempio di trasposizione dell’architettura di villa in area
montana. Superato l’orrido dell’Acquatona si esce nella conca dove
si susseguono i nuclei del comune di Sappada (m 1217-68),
importante centro di villeggiatura e sport invernali con ottimi
circuiti per lo sci di fondo, punteggiato di tipiche architetture
rurali in legno. Ancora a monte (m 1830-80) si raggiunge la zona
delle sorgenti del Piave.
Il
paesaggio del territorio percorso dal Pàdola tende a
differenziarsi da quello dolomitico: terreni scistosi anziché
calcarei rendono il verde dei prati, dei boschi e dei crinali
particolarmente dolce; i paesi in costa sono adagiati sui morbidi
versanti soleggiati. A nord di Santo Stefano di Cadore (m 908),
capoluogo storico del Comèlico Inferiore, lasciato a destra San
Nicolò di Comèlico (m 1061) con la parrocchiale tardogotica
decorata da affreschi tardo-quattrocenteschi, la strada sale a
Candide-Casamazzagno (m 1210), oggi sede del comune di Comèlico
Superiore; sulla piazza principale, la casa Gera, edificio
rusticosignorile trasformato tra il XVI e il XVII secolo,
testimonia la ricchezza del ceto mercantile locale. A destra della
parrocchiale ottocentesca fa da contrasto il linguaggio
tardogotico della chiesa di S. Antonio Abate (1538). Senza netti
sbalzi di quota si arriva a Dosoledo (m 1237): la fila di rustici
in legno allineati al limite dell’abitato rivela l’organico
progetto urbanistico del 1857. Da qui si può raggiungere il passo
di Monte Croce di Comèlico/Kreuzbergpass (m 1636), oppure deviare
a sinistra verso il centro di villeggiatura di Pàdola (m 1215),
ricostruito da Giuseppe Segusini nel 1845, di cui punto focale è
la chiesa di S. Luca (1862-69). Nella valle dell’Ansiéi, ai piedi
del passo del Zovo (m 1476), si allunga Auronzo di Cadore (866),
storica stazione turistica. Centro di un’area economicamente
rilevante in età veneziana, l’abitato, ripianificato nel 1859 da
Segusini, ha smarrito l’antico assetto alpino, intuibile solo
nella dislocazione delle chiese, tra cui spicca la maestosa
parrocchiale di Villapiccola (1856).
A monte si può risalire l’alta valle dell’Ansiéi; dalla val
Giralba scende una celebre traversata dalle Tre Cime di Lavaredo.
Presso la centrale elettrica, si vede oltrefiume la miniera
abbandonata dell’Argentiera. Della boscosità dei luoghi è
testimone principale la foresta di Somadida, che faceva parte
delle “foreste di San Marco”, regolamentate dalla Serenissima.
CORTINA E LA
CONCA AMPEZZANA
Il centro alpino e la sua scenografica conca incoronata di
montagne sono tra le più rinomate mete turistiche d’Italia grazie
a una natura in gran parte incontaminata e allo spirito
d’iniziativa degli ampezzani, da sempre abili nell’assecondare il
flusso di viaggiatori: i primi alberghi sorsero nel 1830 e
l’attuale comprensorio sciistico è tra i più prestigiosi delle
Alpi. La celebrità internazionale di cui gode la “perla della
Dolomiti” è ben giustificata dallo scenario superbo che incornicia
la sua conca e dall’indubbia qualità della sua offerta turistica:
trentasei impianti di risalita, 300 km di sentieri, cinquantasei
rifugi, e tutte le strutture per praticare anche gli sport più
insoliti, dallo snow rafting al taxi bob.
Meta di vip e appassionati degli sport invernali, Cortina (m 1211)
è degna depositaria del mito di eleganza, fama, dinamismo e
mondanità che da sempre la ammanta. Corso Italia, principale
arteria cittadina, è tratto storico della strada di Alemagna,
che collegava Cortina al Cadore e alla Pusterìa. Sulla via,
fiancheggiata da alberghi, caffè ed eleganti negozi, affaccia il
Municipio, sede del Museo della Grande Guerra, mentre al n. 17 è
la casa delle Regole, sede del Museo delle Regole, composto da una
sezione etnografica, da una paleontologica e dalla Collezione
Mario Rimoldi d’Arte moderna (dipinti di Massimo Campigli, Carlo
Carrà, Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, Renato Guttuso,
Giorgio Morandi, Ottone Rosai). Il corso è tangente alle due
centralissime piazze Roma e Venezia, in cui spiccano le forme
settecentesche della parrocchiale dei Ss. Filippo e Giacomo
dominate dal campanile, la classica immagine di promozione del
sito sullo sfondo delle creste di dolomia; l’interno custodisce un
tabernacolo ligneo di Brustolon (1724). Dell’occasione fornita al
turismo dai VII Giochi olimpici invernali del 1956 rimangono l’ex
trampolino di salto in località Zuél e lo stadio del ghiaccio alla
periferia nord dell’abitato, nei cui pressi è la stazione di
partenza della funivia Freccia del Cielo, che raggiunge la cima
della Tofana di Mezzo (m 3243). Un’altra
importante
funivia sale dalle vicinanze dell’autostazione ai Tondi di Falòria
(m 2327). A monte e a valle della
stessa autostazione il tracciato dismesso della ferrovia
Calalzo-Cortina-Dobbiaco è stato sistemato come percorso pedonale
e ciclabile (o di sci di fondo, a seconda della stagione) per
raggiungere Zuél e Fiames. Il panorama della corona montuosa che
circonda la conca è apprezzabile in tutta la sua bellezza a Pocól:
dal terrazzo naturale del Belvedere si abbracciano l’imponente
gruppo delle tre Tofane, i tre sipari di roccia del Pomagagnòn (m
2450), il gruppo del Cristallo (m 3221) e, oltre il varco del
passo Tre Croci, il massiccio del Sorapìss (m 3205). Da ultimo,
lontana verso il Cadore, la piramide dell’Antelào (m 3263) fa
mostra del suo piccolo ghiacciaio.
Una prima escursione per godere dello scenario dolomitico giunge
al passo Pordòi, tappa classica del Giro d’Italia, superando il
passo di Falzàrego, Livinallongo e Arabba.
Lungo la statale 48 o Grande Strada delle Dolomiti, che collega
Cortina con il bacino dell’Adige attraverso una spettacolare
sequenza di valichi, incombe il colossale blocco di dolomia della
Tofana di Rozes (m 3225), mentre al versante opposto muta aspetto
da un tornante all’altro la fiabesca sagoma delle Cinque Torri (m
2361). Passata la stazione meteorologica del Magistrato alle
Acque, si guadagna l’ampia insellatura del passo di Falzàrego (m
2105), spartiacque tra Ampezzano e valle del Cordévole. Oltre il
passo la statale scende costeggiando il Col di Lana, poi tralascia
lo sterrato per i ruderi del castello di Andràz (XI secolo). Al
bivio di Cernadòi fa seguito l’abitato di Pieve (m 1475), sede del
comune di Livinallongo del Col di Lana: è il territorio ladino di
Fodòm, la cui storia è documentata nel Museo della Gente ladina.
Sotto il gruppo di Sella (m 3151) sorge Arabba (m 1601), celebre
per il suo comprensorio sciistico. Seguendo da qui la statale 48,
le cui rampe sono nella saga dei campioni del pedale, si raggiunge
lo stupendo scenario alpino del passo Pordòi (m 2239), uno dei
quattro passi che fanno corona al gruppo di Sella. Il panorama,
che domina la val di Fassa e la valle del Cordévole, merita la
fama annosa, nata quando si saliva sul passo in torpedone
scoperto, con binocoli e macchine fotografiche a soffietto. Ancora
più in alto, svetta il Sass Pordòi (m 2950), raggiungibile in
funivia.
Il giro del Cristallo, itinerario ad anello intorno al monte
Cristallo, si inoltra invece nella splendida conca di Misurina,
con l’indimenticabile spettacolo del suo lago, e sale tra boschi
fino al passo Tre Croci, in una delle più celebri passeggiate
alpine. Da Cortina, seguendo il corso del Boite lungo la statale
51 di Alemagna per Dobbiaco/Toblach, si raggiunge Fiames (m 1293),
dove è situata l’entrata principale al Parco naturale delle
Dolomiti d’Ampezzo. Nella valle ora stretta si aggira la roccia di
Podestagno e si segue la strada che, correndo tra la stupenda
Croda Rossa/Hohe Gaisl (m 3146) e i boschi che cingono il gruppo
del Cristallo, raggiunge Cimabanche, spartiacque tra i bacini del
Piave e dell’Adige. Si sale in val Popena, così chiamata dal Piz
Popena (m 3152) che fronteggia il Cristallo (m 3221), e ritornati
in Veneto al ponte della Marogna (m 1472), si giunge nella
splendida conca di Misurina (m 1735). L’immagine classica della
località, frazione di Auronzo di Cadore, è quella del lago immoto,
massimo specchio d’acqua naturale del Cadore, che riflette un
grand hotel di vecchiotta, dignitosa imponenza e la roccia
macchiata da un nevaio del Sorapìss.
Una strada, di circa 1 km, permette di compiere a piedi il periplo
del lago. Da Misurina si sale fino al rifugio Auronzo (m 2320),
sotto le Tre Cime di Lavaredo: mito tra i miti dolomitici, la
triade è aggirabile percorrendo il sentiero pianeggiante che passa
in Alto Adige/Südtirol al rifugio Locatelli (m 2405). Un’altra
strada conduce al monte Piana (m 2324), teatro di aspri
combattimenti nel primo conflitto mondiale, ed è in breve al bivio
di Dogana Vecchia, storico punto di confine. Da qui si sale nel
bosco al passo Tre Croci (m 1805); persa quota tra boschi di
larici, si raggiunge la località Rio Gere (m 1683), con la
stazione a valle della seggiovia-cabinovia che termina sul
Cristallo presso il rifugio Lorenzi (m 3003).
Non lontano è il ghiacciaio, dal cui luccichio il maestoso gruppo
montuoso prende nome. |