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CASTELLI DELLA VALLE D'AOSTA

 

CASTELLO DI FÉNIS
LA STORIA
Il castello di Fénis domina una porzione di territorio sottoposta fin dal XII secolo alla giurisdizione dei signori di Challant, visconti di Aosta.
La scelta di un sito privo di prerogative difensive naturali, in contraddizione con i criteri strategici che determinano gli insediamenti dei castelli valdostani più antichi, si giustifica probabilmente con i vantaggi offerti dalla preesistenza nella zona di nuclei abitati fin dall’epoca romana.
Il castello è la sintesi di diverse campagne costruttive succedutesi tra il tardo XII e il XV secolo.
Risale al 1242 la prima menzione del maniero, infeudato a Gotofredo di Challant e ai suoi fratelli.
Nel XIV secolo, sotto la signoria di Aimone di Challant, hanno luogo le trasformazioni più significative, in seguito alle quali il castello assume la fisionomia attuale.
Il periodo di maggior splendore del castello coincide con la massima fortuna economica e politica degli Challant.
Il figlio di Aimone, Bonifacio I, che ricopriva importanti cariche militari e diplomatiche alla corte sabauda, promuove tra il 1393 e il primo quarto del XV secolo una nuova campagna di lavori, con la quale l’austera dimora fortificata viene adattata alle esigenze della vita cortese. Risale a questo intervento la superba decorazione ad affresco del cortile e della cappella.
Nel secondo quarto del secolo il figlio Bonifacio II commissiona a Giacomo da Ivrea i dipinti sulla parete che chiude a est il cortile.
Dopo di allora il castello non subisce altre trasformazioni di rilievo, se non quelle dovute al progressivo declino cui va incontro la famiglia Challant a partire dalla seconda metà del ‘400.
All’inizio del XVIII secolo l’edificio è in abbandono. Nel 1716, il conte Georges-François, ultimo erede di Fénis, è costretto a alienare il feudo. Il castello passa così ad altri proprietari ed è trasformato in casa colonica.
Nella seconda metà dell’Ottocento l’architetto Alfredo d’Andrade, capofila del movimento culturale piemontese neomedievalista, comincia ad interessarsi al monumento, rilevandone i particolari archite ttonici e decorativi. Nel 1895 d’Andrade acquista il castello e, dopo averne restaurato le parti più degradate, nel 1906 lo dona allo Stato.
La nuova ondata di medievalismo a sfondo littorio promossa negli anni Trenta dal ministero De Vecchi investe anche il castello di Fénis, che tra il 1936 e il 1942 è oggetto di un pesante intervento volto ad accentuarne la fisionomia medievale.
I lavori, condotti dall’architetto Mesturino, comprendono l’integrazione arbitraria della doppia cinta di mura, il che compromette in modo irrimediabile la struttura originaria.
I mobili all’interno del castello non sono originali, ma sono stati acquisiti sul mercato antiquario nel corso del XX secolo. Di essi solo una piccola parte è di origine valdostana. Nel 2001 si è provveduto a raggruppare il mobilio nelle varie sale secondo criteri significativi quali la tipologia, la cronologia e la provenienza.
L’APPARATO DIFENSIVO
Il castello è dotato di un vistoso apparato militare destinato a sottolinearne le capacità difensive, e quindi la potenza e il prestigio degli Challant.
Esso è circondato da due robuste cortine di mura concentriche, munite di torrette di guardia collegate fra loro da percorso interno (cammino di ronda). L’attuale ingresso risale, come le mura esterne, agli anni Trenta: l’accesso originario si apriva probabilmente sul lato occidentale protetto dal donjon (torre maestra quadrata).
Il percorso fino al nucleo centrale del castello ricorda un labirinto ed è organizzato in modo strategico per compartimenti isolati, costantemente sotto il controllo delle torri.
IL NUCLEO RESIDENZIALE
Il corpo centrale del castello ha forma di pentagono irregolare, munito di torri circolari agli angoli e di torri quadrate al centro dei lati più lunghi. Di queste ultime, quella sul lato orientale, munita di saracinesca, protegge l’accesso al cortile interno.
Nel seminterrato si trovano le cantine. I vani al piano terreno erano destinati a uso di servizio: il grande salone di ingresso (grande salle basse) era occupato dal corpo di guardia, altri locali servivano da dispensa, mentre la cucina è riconoscibile dal gigantesco camino.
Al primo piano era situata l’abitazione del signore, con principale ambiente di rappresentanza, il salone con la cappella affrescata.
Al secondo piano si trovano gli alloggi per gli ospiti e per il personale di servizio e il granaio.
GLI AFFRESCHI
Sulla parete di fondo dello scalone del cortile è raffigurato San Giorgio che libera la principessa . Lungo le pareti del ballatoio al primo piano sfila una teoria di Saggi recanti un cartiglio con un motto in francese antico. Il ciclo prosegue nella cappella con la Crocifissione che faceva da sfondo all’altare e la Madonna della Misericordia, che accoglie sotto il manto diversi membri della famiglia Challant. Al di sopra di questa e sulle pareti laterali sono rappresentati gli apostoli e vari santi a figura intera.
La realizzazione di un ciclo così imponente dovette impegnare diversi maestri. La scelta di Bonifacio di Challant cadde su una bottega legata ai modi del Gotico internazionale. Il modello di ispirazione è quello del principale pittore della corte sabauda all’epoca di Amedeo VIII, il torinese Giacomo Jaquerio.
IL CASTELLO DI ISSOGNE
LA STORIA
Il luogo dove sorge il castello era occupato già in epoca romana.
Non si hanno notizie sull’utilizzo tardoantico e altomedievale del sito, che a partire dal XII secolo era incluso tra i possedimenti del vescovo di Aosta.
Nella seconda metà del secolo il vescovo infeudò il territorio di Issogne a Ibleto di Challant, personaggio di spicco alla corte sabauda, cui si deve la trasformazione della primitiva struttura in una elegante dimora signorile.
I lavori consistettero nel recupero degli edifici preesistenti e nella costruzione di un corpo centrale a tre piani, dove si trovavano i principali ambienti di rappresentanza, e di un fabbricato perpendicolare al precedente. Gli edifici, non collegati fra loro, erano racchiusi da una cinta muraria le cui vestigia si possono individuare nelle due volute in pietra che separano attualmente il cortile dal giardino.
Dopo la scomparsa di Ibleto (1409), il castello passò al figlio Francesco, primo conte di Challant, il quale morì senza discendenti maschi.
In seguito a una lunga contesa per la successione, nel 1456 il titolo fu assegnato a Giacomo di Challant.
Il figlio Luigi decise di iniziare la ristrutturazione del castello di Issogne, progetto portato a termine dal cugino Giorgio di Challant-Varey.
Avviato alla carriera ecclesiastica, nel 1468 Giorgio fu nominato priore commendatario della Collegiata di Sant’Orso di Aosta. La sua fama è legata alla raffinata attività di mecenate svolta per quasi mezzo secolo e incentrata soprattutto sui complessi di Sant’Orso e di Issogne. Giorgio si impegnò per dare al giovane erede Filiberto una dimora degna del prestigio europeo raggiunto dalla famiglia.
Gli edifici esistenti furono ampliati e uniti, creando un unico palazzo a ferro di cavallo che include un ampio cortile aperto su un giardino all’italiana.
Il complesso fu arricchito da una monumentale decorazione ad affresco che aveva lo scopo di celebrare la grandezza della famiglia Challant. Le lunette del porticato con le attività del borgo dovevano sottolineare il clima di benessere economico e di pacifica operosità che deriva da un governo saggio e illuminato.
L’abile regìa di Giorgio orchestrò anche la decorazione degli ambienti interni del castello, arricchiti da
raffinate pitture sulle pareti e sui camini, da soffitti a cassettoni e da mobili intagliati di squisita fattura tardogotica. Al centro del cortile fu collocata una fontana con un albero di melograno in ferro battuto, dono personale del priore a Filiberto e alla promessa sposa Louise d’Aarberg. Dal matrimonio nacque Renato, che sarebbe divenuto l’esponente più noto e prestigioso della casata di Challant.
Nel secondo quarto del XVI secolo il castello di Issogne visse la sua stagione più felice. Un inventario redatto nel 1565 attesta la straordinaria ricchezza del castello a quell’epoca.
Alla morte dell’ultimo esponente di casa Challant (1804), il castello era in stato di quasi abbandono. La progressiva spoliazione degli arredi da parte dei successivi proprietari raggiunse il culmine intorno al 1870.
Nel 1872 acquistò il castello il pittore torinese Vittorio Avondo, acuto conoscitore d’arte e raffinato collezionista. Egli curò personalmente il restauro del castello di Issogne, attenendosi con grande scrupolo filologico all’aspetto originale dell’edificio. Ne intraprese anche il riarredo, recuperando alcuni mobili provenienti dal castello e acquistandone altri adatti per stile alla dimora tardogotica.
Nel 1907 Avondo fece dono del castello allo Stato.
DENTRO AL CASTELLO:
PIANO TERRENO
1- CORTILE. Al centro si innalza la fontana del melograno. Sulle pareti si snoda la composizione dei principali stemmi della casata (Miroir). Le lunette del porticato raffigurano
scene di vita quotidiana del borgo. Sui dipinti si nota una grande quantità di graffiti che vanno dal XV al XIX secolo. Le panche appartengono all’arredo originario del castello.
2- SALA DA PRANZO. Sala dotata da Avondo di suppellettili realizzate sulla base di modelli tardogotici.
3- CUCINA. Il locale è suddiviso in due zone separate da una cancellata lignea. Gli utensili riproducono originali tardomedievali.
4- SALA DI GIUSTIZIA. È il principale ambiente di rappresentanza del castello. La splendida decorazione dipinta imita un loggiato continuo sorretto da colonne in cristallo, alabastro e marmo alternate a sontuosi parati di cuoio impresso; sullo sfondo si aprono paesaggi con soggetti venatori, scene di vita contadina e cortese. Una parete è occupata dal Giudizio di Paride. Il camino reca le insegne di Giorgio di Challant. Gli stalli sono in stile gotico fiorito.
PRIMO PIANO
5- CAPPELLA. L’ambiente è costituito da cinque campate; il presbiterio è delimitato da una cancellata lignea. Gli affreschi e le ante del polittico sono attribuibili allo stesso maestro attivo nelle lunette del porticato, identificato come “maître Colin”. L’altare a sportelli è quello originale dei primi del XVI secolo.
6- SALA D’ARMI. Detta “salle de Savoie” nell’inventario del 1565. Qui è esposto ciò che rimane della collezione di armi antiche di Avondo.
7- CAMERA DI MARGHERITA DE LA CHAMBRE. Così detta dagli stemmi (oggi semicancellati) che compaiono nel fregio superiore delle pareti. Il letto è una copia di quello della sala del Re di Francia.
8- ORATORIO DI MARGHERITA. Piccolo ambiente affrescato con l’Assunzione della Vergine e i Martiri di S. Caterina e S. Margherita.
SECONDO PIANO
9- CAMERA DI GIORGIO DI CHALLANT. Croci di S. Maurizio decorano il soffitto a cassettoni; lo stemma dipinto sul camino, affiancato dal leone e dal grifone, apparteneva a Giorgio di Challant.
10- ORATORIO DI GIORGIO DI CHALLANT. Affreschi rappresentano la Crocifissione, la Deposizione nel sepolcro e la Pietà.
11- STUDIOLO DI GIORGIO DI CHALLANT. Ambiente di passaggio dal soffitto ligneo a cassettoni dipinti.
12- CAMERA DELLA TORRE. La stanza offre una vista eccezionale sulla valle e pare fosse utilizzata per le segnalazioni.
13- CAMERA DELLA CONTESSINA.
14- SALA DEL RE DI FRANCIA. Notevole per la ricchezza della decorazione e dell’arredo prende il nome dallo stemma con i tre gigli della corona francese applicato sui cassettoni del soffitto e sul camino. Nel percorso di uscita si scende la scala elicoidale in pietra (viret) che collega il corpo centrale all’ala orientale del castello, autentico capolavoro di architettura.

CASTELLO DI VERRÈS

LA STORIA
Il castello di Ibleto di Challant

Costruito su un picco roccioso a strapiombo sul torrente Evançon che domina il sottostante borgo di Verrès, il castello sfrutta le prerogative difensive e strategiche del sito, controllando sia l’imbocco della valle di Challand-Ayas sia l’asse viario principale della regione.
La giurisdizione feudale del territorio fu conferita intorno al 1372 a Ibleto di Challant, governatore e capitano generale del Piemonte, che da più di quarant’anni era al servizio dei duchi di Savoia. A questo grande condottiero spetta la ricostruzione integrale del castello di Verrès. Ibleto volle realizzare una dimora degna della sua potenza e dalla tipologia del tutto innovativa: a differenza dei castelli sorti in precedenza in Valle d’Aosta, costituiti da un’aggregazione di edifici racchiusi entro la cinta di mura, quello di Verrès è il primo esempio di castello monoblocco, che precorre il modello rinascimentale.
“Vive Introd et Madame de Challant!”
Il castello è un cubo poderoso di circa trenta metri di lato, coronato da fitti beccatelli che sostengono la merlatura, in seguito coperta dal tetto.
Un’iscrizione in caratteri gotici, scolpita su una porta che dallo scalone introduce a un locale del primo piano, attesta che Ibleto pose mano ai lavori nel 1390.
A Ibleto, scomparso nel 1409, succedette il figlio Francesco, il quale morì nel 1442 senza discendenti maschi: invano le figlie Caterina e Margherita si batterono per mantenere il titolo comitale, che nel 1456, al termine di una lite giudiziaria, fu assegnato a Giacomo Challant di Aymavilles.
La tradizione riferisce che il giorno della festa della SS. Trinità dell’anno 1449, per propiziarsi la popolazione locale, Caterina scese a Verrès sulla pubblica piazza con il consorte Pierre d’Introd e intrecciò le danze con i giovani del paese, tra la folla esultante. Questo episodio è rievocato ogni anno nel Carnevale storico di Verrès.
La fortezza di Renato di Challant

Nel 1536, Renato di Challant rinnovò l’apparato difensivo del maniero, adattandolo all’uso delle moderne armi da fuoco. In tale occasione, venne costruita la cinta muraria munita di cannoniere, di speroni a contrafforte e di torrette poligonali da offesa, idonei all’impiego dei cannoni e delle spingarde. L’ingresso fu reso più sicuro mediante la
realizzazione dell’antiporta con il ponte levatoio e l’apertura di feritoie.
Si provvide inoltre ad aprire nuove finestre a crociera, in aggiunta a quelle di tipo gotico a monofora o bifora già esistenti, e nuove porte ad arco moresco, di evidente influsso spagnolo. Gli interni furono arricchiti con nuovi arredi.
Quando Renato di Challant morì senza lasciare eredi di sesso maschile (1565), il castello venne incamerato dai Savoia.
Nel 1661 il Duca Carlo Emanuele II ordinò di smantellarne gli armamenti e di trasferirli al Forte di Bard, punto strategico dove si concentrava la difesa della Valle d’Aosta.
Il recupero ottocentesco

Gli Challant riottennero il possesso della rocca nel 1696, e lo mantennero fino all’estinzione della casata, che si ebbe ai primi del XIX secolo.
A quell’epoca il castello si trovava in stato di abbandono da quasi due secoli: il tetto, già crollato in parte, era stato demolito per evitare il pagamento del canone erariale, così che i piani superiori erano esposti alle intemperie e invasi da calcinacci e malerbe. I proprietari che si succedettero nel corso dell’Ottocento non si curarono di contrastare il degrado dell’edificio, che sembrava destinato alla demolizione.
Come per i castelli di Issogne e Fénis, il salvataggio del monumento si deve all’interesse dell’architetto Alfredo d’Andrade, che intraprese gli interventi più urgenti per evitare ulteriori e irreversibili danni.
Nel 1894 egli riusciva finalmente a concludere per conto dello Stato l’acquisto del castello, proseguendone il restauro, che fu ultimato nel corso degli anni Venti.
IL PERCORSO DI VISITA
Superata l’antiporta che si apre nella cinta fortificata, accessibile anche a cavallo dal ponte levatoio, si incontra l’edificio destinato al corpo di guardia, situato di fronte all’entrata del castello.
Il portale d’ingresso immette in un androne difeso da una caditoia dissimulata nella volta. Una seconda porta, anticamente protetta da una saracinesca, dà accesso al cortile del castello.
Attorno a questo ambiente quadrato, il corpo dell’edificio è disposto ad anello su tre piani, collegati tra loro da un monumentale scalone di pietra impostato su archi rampanti. La regolarità geometrica della struttura e l’essenzialità della decorazione, affidata unicamente ai particolari in pietra verde e bianca lavorata, si intonano al carattere militare dell’edificio.
Al piano terreno si aprono due grandi saloni simmetrici che occupano per intero i lati est e ovest del castello, mentre a sud è situata la cucina. Il salone orientale, probabilmente adibito in origine a magazzino per l’artiglieria, è coperto da una volta a botte.
Di maggior interesse è la sala d’arme che si trova a occidente, voltata a sesto acuto: essa presenta due camini monumentali dagli stupiti sagomati. Il raddoppio delle murature e altri indizi emersi nel corso del recente restauro attestano la sovrapposizione di più campagne costruttive.
I locali del primo piano, riservati ai signori del castello, sono illuminati da eleganti bifore di gusto trecentesco, più ampie di quelle degli altri piani.
La grande sala da pranzo è collegata alla cucina padronale per mezzo di un passavivande.
La cucina, dotata di tre grandi camini, presenta una volta in pietra a vele multiple rifatta ai tempi di Renato Challant, che costituisce l’unica copertura originale ancora esistente nel castello. Degno di nota è anche il camino situato nel lato nord, di dimensioni eccezionali e riccamente decorato da modanature e pilastrini.
CASTELLO DI SARRE
LA STORIA
Le origini e il rifacimento settecentesco

Situato su di un poggio nella conca di Aosta, il castello di Sarre domina l’ingresso all’alta Valle.
Il suo nucleo primitivo risale probabilmente al XII secolo, ma i primi documenti che ne attestano l’esistenza compaiono soltanto nella prima metà del XIII secolo.
Passato più volte di proprietà, all’inizio del XVIII secolo il maniero venne acquistato da Jean François Ferrod, che lo ricostruì completamente, lasciando intatta la sola torre. Lo storico J. B. De Tillier, che aveva potuto osservare l’edificio prima del rifacimento, riferisce che gli interventi furono piuttosto imponenti e riguardarono anche l’area esterna adiacente.
Il castello reale
Mosso dalla passione per la caccia allo stambecco, Vittorio Emanuele II di Savoia (1820-1878) acquistò il castello nel 1869 per farne un confortevole rifugio in Valle d’Aosta. Il castello reale di Sarre, entrato a far parte del patrimonio privato di Sua Maestà, divenne allora il quartiere generale utilizzato dal re per le sue spedizioni nelle valli di Cogne, Rhêmes e Valsavarenche.
Per ospitare il primo re d’Italia la dimora subì alcune modifiche, tra le quali la sopraelevazione della torre e la costruzione di una nuova scuderia. All’interno, gli ambienti furono completamente ristrutturati e rimodernati. Il conservatore del Reale Palazzo di Milano venne appositamente incaricato dell’ammobiliamento, cui provvide trasferendo gli arredi da altre reali residenze.
Anche il successore di Vittorio Emanuele, Umberto I (1844-1900), destinò il castello alpino ad usi legati al loisir venatorio. Negli ultimi anni del suo regno, Umberto I rivolse una particolare attenzione alla residenza di Sarre, di cui promosse il rinnovamento interno. Tra i lavori realizzati in quell’occasione, figurano le importanti campagne decorative degli ambienti monumentali, ornati con trofei di stambecco e di camoscio.
Il novecento
Lavori di manutenzione nella dimora sono documentati per i primi due decenni del XX secolo, anche se il periodo è segnato da una diminuzione di interesse da parte dei nuovi sovrani, Vittorio Emanuele III (1869-1947) ed Elena di Montenegro (1873- 1952).
Dalla metà degli anni Trenta, una nuova e vivace stagione coinvolse la residenza eletta da Maria José (1906-2001), consorte dell’erede al trono, quale meta fissa per le vacanze estive. La principessa, appassionata di alpinismo, amò particolarmente la Valle d’Aosta.
Nel 1946, all’indomani del referendum istituzionale che sancì la vittoria della Repubblica, Umberto II si congedò dall’Italia con il titolo di conte di Sarre. Dopo la seconda guerra mondiale l’edificio rimase di proprietà dei Savoia sino al 1972, quando fu ceduto alla società “Moriana”. Arredato con opere eterogenee provenienti da altre residenze sabaude, il castello venne aperto al pubblico come museo di memorie dinastiche.
Nel 1989 il castello è stato acquistato dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta. Negli anni successivi la Soprintendenza regionale per i beni e le attività culturali ha promosso una serie di interventi di restauro dell’edificio, sia interni sia esterni.
Una minuziosa ricerca condotta negli archivi di Torino, Roma e Milano ha consentito di recuperare l’aspetto e la funzione rivestiti dall’edificio nel periodo del suo massimo prestigio e di identificarne le principali trasformazioni d’uso. Il ritrovamento di due inventari di mobili, datati 1875 e 1890, ha quindi permesso di ricollocare gli arredi originari ancora conservati.
Le opere d’arte, in mancanza di riferimenti documentari precisi, sono state ambientate nelle diverse sale secondo criteri di consonanza storico-culturale e tematica. Lungo il percorso si possono ammirare mobili, dipinti, sculture, stampe, oggetti preziosi e curiosi, ambienti fastosamente decorati, testimoni di frammenti di vita privata degli illustri proprietari.
IL PERCORSO DI VISITA
Piano terreno

Secondo le indicazioni documentarie, il piano terreno ospitava la sala da pranzo, l’appartamento del principe di Napoli e l’alloggio del custode, mentre al piano sotterraneo erano state ricavate le cucine, la dispensa e le cantine.
Nella Galleria d’accoglienza sono esposti i ritratti, in pittura e scultura, di esponenti della dinastia sabauda dal duca Emanuele Filiberto al re Vittorio Emanuele II.
Le sale dedicate alla caccia illustrano le modalità e le tecniche dell’esercizio venatorio tra Sei e Ottocento, con particolare riferimento alle cacce reali in territorio alpino.
Piano primo
Le sale dell’Appartamento Reale rievocano la dimensione abitativa della fase umbertina del castello, documentata dall’inventario del 1890. Gli ambienti si presentano, con alcune eccezioni, con i mobili ancora conservati e con l’arredo tessile riprodotto sulla base di campioni originali depositati presso l’Archivio di Stato di Torino. Le attuali decorazioni della Galleria e del Salone, realizzate dopo la morte del sovrano, attestano la volontà di Umberto I di accrescere il valore monumentale della dimora.
Piano secondo
Adibite a camere da letto, le sale erano utilizzate dagli ospiti di riguardo, mentre la stanza per la servitù era adiacente alla scala. L’allestimento presenta ora un’ambientazione per scansioni cronologiche legate ai componenti della dinastia sabauda che hanno risieduto nel castello nel corso del Novecento.
La cappella
Nella cappella, le suppellettili liturgiche e gli inginocchiatoi in velluto sono già documentati nell’inventario del 1890, così come i paramenti sacri. In quest’epoca fu probabilmente sostituita la pala dell’altare originaria con l’attuale che raffigura alcuni santi intorno alla Vergine.
CASTEL SAVOIA
Si deve alla presenza di Margherita di Savoia, sposa di Umberto I e regina d’Italia, lo sviluppo turistico di Gressoney.
Accolta con calore dalla popolazione locale, dal 1889 al 1925 la Regina fece ritorno ogni anno a Gressoney durante i mesi estivi.
Escursioni in montagna e gite costituivano per lei un piacevole svago, lontano dal rigido protocollo di corte. Durante i soggiorni gressonari la Regina amava indossare il costume popolare locale, che sul suo esempio si è evoluto nella foggia ancora oggi in uso.
Il castello della regina Margherita sorge ai piedi del Colle della Ranzola, nella località denominata «Belvedere » perché domina tutta la vallata fino al ghiacciaio del Lyskamm.
La posa della prima pietra avvenne nel 1899. Per la Real Palazzina di Gressoney l’architetto Emilio Stramucci progettò un castello in stile medievale. Immerso nel verde del parco che lo circonda, l’edificio evoca un turrito maniero, ingentilito dalle numerose finestre e dalla veranda semicircolare che include nella visita tutta la valle.
Il giovane pittore e restauratore Carlo Cussetti realizzò le pitture ornamentali all’interno. I soffitti a cassettoni, le boiseries e gli arredi di ispirazione medievale sono opera dell’intagliatore torinese Michele Dellera. Una piccola décauville sotterranea collegava il castello alle cucine, situate in un fabbricato poco distante. Il castello appartiene dal 1981 alla Regione Autonoma Valle d’Aosta. Ai piedi del maniero è stato allestito un giardino roccioso ricco di specie botaniche tipiche della flora alpina.
GLI APPARTAMENTI
Il castello si articola su tre piani: il pianterreno con i locali da giorno, il piano nobile con gli appartamenti reali e il secondo piano (non visitabile) riservato ai gentiluomini di corte. I sotterranei ospitano le cantine.
Pianterreno. L’ingresso principale introduce in un vasto atrio a colonne, col soffitto a cassettoni dipinti, da cui si accede agli altri locali. Su un lato si trovano le sale
da gioco e i salottini di soggiorno, collegati alla veranda semicircolare che dà sulla valle; sul lato opposto si apre la sala da pranzo dalla ricca decorazione dipinta sulle pareti, sul camino e sui cassettoni del soffitto. Di ispirazione neogotica è anche il cosiddetto « ingresso dello staffiere » nella torre ottagonale situata all’angolo nord-ovest.
Piano nobile.
Un elegante scalone ligneo con grifoni e aquile conduce agli appartamenti reali, preceduti da un atrio sul cui soffitto si legge l’iscrizione augurale « Hic manebimus optime ».
L’appartamento della Regina occupa la posizione più felice: dalle finestre si gode il panorama del Monte Rosa e dell’intera vallata. L’appartamento attiguo era destinato
al principe ereditario Umberto. Dalla parte opposta dell’atrio sono situati gli appartamenti del Re e della marchesa Pes di Villamarina, dama di compagnia della Regina.
CASTELLO DI USSEL
A differenza di quasi tutti gli altri castelli della Valle d’Aosta, che sono il risultato di campagne costruttive succedutesi nell’arco di vari secoli partendo da preesistenze spesso risalenti all’epoca romana, il castello di Ussel fu edificato ex-novo nelle forme attuali nel XIV secolo, senza subire in seguito trasformazioni significative.
La costruzione del castello si deve a Ebalo II di Challant intorno al 1343, a conclusione di una complessa lite di famiglia per i diritti di successione scoppiata alla morte di Ebalo Magno. All’inizio del XVIII secolo, dopo la morte di François-Jerôme, barone de Châtillon (1702), l’edificio venne abbandonato andando incontro alla progressiva rovina: fin dai tempi del De Tillier, infatti, era ormai un “guscio” vuoto ridotto ai muri perimetrali, privo del tetto e dei solai interni che dividevano i piani.
Nel corso del XIX secolo, in seguito all’estinzione della famiglia Challant, il castello passò in proprietà ai Passerin d’Entrèves e da questi ai Bich. Il barone Marcel Bich, scomparso nel 1994, lo ha donato alla Regione Valle d’Aosta, con la clausola che fosse destinato ad un uso pubblico. Subito dopo la Soprintendenza ha avviato il restauro dell’edificio, che si è concluso nel 1998.
L’apertura al pubblico è avvenuta nel giugno 1998 con l’inaugurazione della mostra dedicata appunto a Marcel Bich, il geniale imprenditore di origine valdostana che ha lanciato sul mercato mondiale la ormai leggendaria penna a sfera Bic e altri prodotti di largo consumo. Attualmente il castello è accessibile msoltanto in occasione delle esposizioni che ospita nel periodo estivo.
IL PERCORSO DI VISITA
Se la scelta del sito del castello di Ebalo II obbediva ai criteri strategici tradizionali, il progetto architettonico aveva caratteri del tutto innovativi, contrapponendo alla molteplicità dei corpi di fabbrica dei castelli primitivi un solo possente edificio di forma parallelepipeda, protetto dalla sua stessa posizione a filo dello strapiombo roccioso in luogo della consueta cinta muraria difensiva. Tradizionalmente quello di Ussel è considerato il primo esempio di struttura monoblocco.
Lungo tutto il perimetro del castello corre un camminamento di ronda protetto dalla merlatura.
L’apparato decorativo di questo imponente esempio di architettura militare si limita alle incorniciature delle bifore e a una cornice continua ad archetti pensili che corona la parte alta dell’edificio.
L’accesso al castello avviene attraverso una apertura al centro del lato meridionale, in origine a tutto sesto e proceduta da una sorta di antiporta oggi del tutto scomparsa; un secondo ingresso, più in basso, immetteva nelle cantine del castello, mentre una terza apertura, ad una quota più elevata e munita di carrucola, conduceva ad un balcone.
Prima del restauro, l’interno si presentava completamente vuoto, diviso verticalmente in tre parti; la parte centrale ospitava una monumentale scala sostenuta da un elegante arcone e addossata al muro, che a partire dal primo piano diventa più spesso per bilanciare il peso dello scalone. Ai piani vi erano i resti di grandi camini e ampi sedili in pietra nelle strombature delle finestre, tuttora visibili.
L’intervento di recupero ha ripristinato la copertura, ora realizzata in materiale trasparente, in modo da esaltare l’effetto del rudere e quindi la percezione che per secoli ha caratterizzato l’edificio; sono stati reintegrati la muratura e il coronamento di merli nella parte superiore dell’edificio, e ricostruiti i solai che dividevano i piani, collegati tra loro da un moderno ascensore inserito in una colonna di cristallo.
Sono stati inoltre reintegrati gli elementi lapidei originali che incorniciavano gli stipiti delle porte e delle finestre.