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GLI INSEDIAMENTI
RUPESTRI DELLA PROVINCIA DI BRINDISI
Quello degli insediamenti rupestri è certamente il più suggestivo tra gli
itinerari turistico-culturali della provincia di Brindisi perché porta il
visitatore in un mondo lontano facendogli fare un tuffo nel passato.
Queste testimonianze singolari documentano una vicinanza di costumi, di
forme di vita e di culto, di sentimenti, di culture tra Oriente ed
Occidente, per cui si può giustamente ritenere che l'Adriatico, a cominciare
dai tempi più lontani sino ai nostri giorni, più che dividere, ha unito le
due sponde.
Numerosi sono i centri del brindisino che conservano ancora, almeno in
parte, questi documenti della civiltà alto-medioevale: Brindisi, Carovigno,
Ceglie Messapica, Erchie, Fasano, Francavilla Fontana, latiano, Oria, Ostuni,
San Vito dei Normanni, San Pancrazio Salentino, Torre S. Susanna.
Purtroppo questo ricchissimo patrimonio, testimone di una presenza umana
nella nostra terra, sta andando in rovina per l'incuria e l'ignoranza degli
uomini e per la furia degli elementi.
Intanto è opportuno affrontare alcuni problemi fondamentali per poter capire
un fenomeno che coinvolge quasi tutti i paesi che si affacciano sul
Mediterraneo. Pertanto è necessario fare un breve discorso sull'itinerario
storiografico che ha caratterizzato, partendo dalle vecchie teorie sulle
cosiddette cripte basiliane, i recenti studi sulle strutture trogloditiche,
sugli imponenti valloni che segnano in maniera così evidente e talvolta così
impressionante il paesaggio pugliese e non soltanto questo.
l'avvio per una storiografia su questo problema si ebbe fra la fine
dell'Ottocento e l'inizio del Novecento in un clima fortemente condizionato
da rigurgiti romantici e da quel provincialismo che ha caratterizzato tanta
parte della storiografia romantica di contro alle suggestioni
universalizzanti dell'età dell'illuminismo. Tutto ciò si sviluppò intorno ad
un problema che di per se stesso storiograficamente era valido, ma che nelle
sue implicanze non rivelava come supporto se non quel revanscismo
nazionalistico che ha inciso su tanta parte della storiografia dell'età
romantica. Si discuteva cioè se la terra di Puglia, che non ha mai avuto, se
non in età recente, indipendenza politica, avesse prodotto una scuola d'arte
indigena e si fosse posta di fronte all'Oriente, in particolare di fronte a
Bisanzio, in una posizione di indipendenza culturale. Era il vecchio
problema storiografico, se di una Scuola indigena si potesse parlare oppure
se tutto quanto era stato prodotto -dalle opere architettoniche fino
addirittura agli affreschi, alle pitture,alle stesse sculture -fosse un
imprestito di moduli, di stilemi, di teorie estetiche provenienti
dall'Oriente. E si discusse a lungo; ci fu naturalmente chi per amore di
patria, come il conversanese Sante Simone -facendo così da contrappunto alle
teorie del Salazaro, un napoletano che per primo aveva affacciato il
problema del rapporto di dipendenza più o meno stretta con Bisanzio, -parlò
addirittura di una scuola locale che sarebbe fiorita in Puglia fino al sec.
XIII e che avrebbe avuto la sua conclusione più significativa negli
affreschi di Santa Caterina di Galatina.
È passato molto tempo dalla suggestione del Salazaro. Però, pur con questo
supporto nazionalista che caratterizzava la teoria, l'erudito napoletano
poneva i termini reali del problema. Che tipo di arte era fiorito in Puglia,
specialmente dal X al XIII secolo e forse anche più in là del XIII sec.,
anche quando i Bizantini avevano rotto con il dominio politico delle sponde
della Puglia e questa percorreva altre esperienze di soggiogamento politico,
prima con gli Svevi, poi con gli Angioini, fino ai Durazzeschi e agli
Aragonesi? La Puglia aveva prodotto una scuola d'arte indigena che si era
espressa attraverso schemi pittorici, attraverso impianti planimetrici in
architettura, attraverso strutture che rivelassero più da vicino il
carattere, la mentalità, la cultura delle genti pugliesi. Oggi ancora
studiosi, che vengono dall'estero sempre più numerosi, sono naturalmente
portati, attraverso somiglianze analogiche, attraverso un puro paragone di
stilemi o di moduli estetici a concludere che tutto quanto è stato prodotto
in Puglia provenga dall'Oriente.
Dopo le teorie del Salazaro, il primo lavoro che si è interessato a questi
monumenti è di uno studioso francese, Charles Diehl, il quale concluse,
anche lui, per un imprestito dall'Oriente, anche se scoprì un filone di arte
indigena che si andava affermando in maniera indipendente nei confronti di
Bisanzio.
Però, quello del Diehl era un discorso formale, un discorso cioè che si
atteneva soltanto al modulo estetico, si riferiva soltanto al criterio di
impostazione dell'immagine o dell'affresco, ma che non considerava
storicamente il problema del perché quell'affresco, del perché quell'immagine,
del perché quell'intitolazione al santo tale o al santo tal altro, del
perché in Puglia si era prodotto questo fenomeno di vita civile.
Ci fu chi intravide il problema e cercò di impostarlo con una sensibilità
tutta francese, e fu lo studioso Émile Bertaux, che ricollocò questi
fenomeni sul piano di una trama
storica,
ponendo il problema in termini moderni, anche se è doveroso aggiungere che
si fermava sempre a considerare il monumento in quanto tale. Il Bertaux
studiò questa rifioritura artistica della Puglia, proprio nei confronti
delle immigrazioni specialmente monastiche provenienti dall'Oriente,
condizionato com'era da un altro studioso francese, Lenormant, il quale
scrisse un libro dal titolo La Grande Grèce, e concluse che tutto quello che
era stato prodotto in Puglia era il risultato delle immigrazioni di monaci
dall'Oriente.
Pressappoco nel sec. X il Lenormant faceva sbarcare a Bari migliaia di
monaci. Era una interpretazione panmonastica che risentiva profondamente di
certi supporti che erano soltanto le immigrazioni e che però non esaurivano
il problema, anche se cercavano di dare un nuovo spiraglio alla più
articolata rifioritura in cui la Puglia si era espressa in quei secoli.
Dalla suggestione del Diehl e del Bertaux si è sviluppata tutta quanta la
tradizione storiografica su questi problemi, fino addirittura agli studi, a
quell'inventario veramente pregevole di Alba Medea del 1939. Però anche qui
il fenomeno non è mai interpretato nella sua completezza storica. Si parte
sempre dalla cripta affrescata, si parte sempre dall'edificio sacro, dal
monumento in quanto tale.
Non si pensa che il monumento è inserito in un certo contesto, in un habitat
umano e sociale, per cui, pur aprendosi orizzonti di piena validità storica,
il discorso procedeva in termini strettamente formali: derivazione o meno da
Bisanzio, affresco che riproduceva o meno gli affreschi di Santa Sofia di
Costantinopoli.
Si interessarono ancora allo studio delle cripte pugliesi, ma sempre con gli
stessi limiti, il De Jerphanion e il Gabrieli.
La svolta negli studi di questo fenomeno si ebbe nel corso della 2a
Settimana di Studi Medioevali tenutasi a Passo Mendola nel 1962 sul tema "L'Eremitismo
in Occidente nei secoli XI e XII" con la relazione di Adriano Prandi e
l'intervento di Cosimo Damiano Fonseca.11 convegno di Passo Mendola, pur con
i dissensi e le diverse valutazioni intervenute da parte dei presenti,
costituì uno stimolo efficace per la ripresa di questi studi e spinse a
riproporre su nuove basi la problematica storica e archeologica connessa al
fenomeno degli insediamenti rupestri. Era però necessario organizzare
ricerche sistematiche sul piano locale in modo che le acquisizioni teoriche
discusse nell'incontro mendolese trovassero valida riprova con ricerche
settoriali e particolari. Un primo esempio venne offerto dalla carta
archeologica delle cripte e degli insediamenti rupestri del territorio di
Massafra; nel 1966 seguì una mostra degli insediamenti di Massafra, nel 1968
veniva organizzata quella degli insediamenti di San Vito dei Normanni e
successivamente veniva elaborata la carta archeologica degli insediamenti
del territorio di Fasano.
Intanto il Fonseca elaborava una proposta nuova per interpretare il fenomeno
in termini di civiltà rupestre. Una proposta, quella del Fonseca, che
riscosse larghi consensi ma non resse alla verifica archeologica. Roberto
Caprara e Antonio Chionna condussero contemporaneamente tra il 1972 ed il
1973 alcune campagne di scavi nei territori di Mottola e di Fasano, i cui
risultati li portarono a dissentire dall'ipotesi del Fonseca. I vari reperti
archeologici diedero conferma che non si trattava di una civiltà particolare
di chi viveva nelle grotte,diversa da quella che si poteva riscontrare negli
insediamenti circostanti subdiali.
La conferma venne anche da un documento del Chartularium del monastero di
Conversano in cui l'abate Eustasio nel 1166 concedeva ad un certo Simone di
costruirsi una casa o di scavarsi una cripta, e quindi non si riscontravano
grosse differenze tra il modo di vivere di coloro che avevano scelto di
abitare nelle grotte e quelli che avevano scelto di abitare nelle case
costruite nelle zone sovrastanti.
Ma vi sono altre motivazioni. Il Caprara, dopo aver osservato che in tutto
il fiorire delle chiese urbane a Taranto, lo spazio riservato alle chiese
rupestri dell'agro, almeno quello più vicino alla città, doveva essere
limitato, anche perché' in città si trovava una committenza più ricca per i
pittori, aggiunge:«Non che fossero in genere altri da quelli che operavano
nei siti rupestri: maestri o ateliers itineranti, laici o monaci che
fossero, erano certamente gli stessi».
E poi conclude: «Questa osservazione -unita ad altre -fece sì che rifiutammo
la fortunata e brillante etichetta di "civiltà rupestre";usata con
intelligente misura dal suo
inventore
ma. inflazionata dai suoi epigoni. Abbiamo sempre preferito parlare di
"insediamenti" rupestri, di "cultura" rupestre, ma non di "civiltà";che
implicherebbe la compresenza di numerose componenti peculiari, in
opposizione rispetto ad altrettante componenti di "civiltà non rupestri";
che francamente non ci è riuscito di individuare».
Circa un secolo di studi, con un notevole tributo pagato alla tesi
panmonastica, che aveva fatto della Puglia la "Tebaide" d'Italia in seguito
al rifugiarsi dei cosiddetti "basiliani"per le persecuzioni iconoclaste,
hanno consentito, specialmente in questi ultimi quarant'anni, alle nuove
metodologie di ricerca di recuperare, tra l'altro,anche una dimensione
urbanistica degli insediamenti rupestri nell'esprimersi coerente del
rapporto uomo-ambiente.
Oggi lamentiamo che spesso gli agglomerati urbani non sono a misura d'uomo e
che il loro sorgere è scandito da altre connotazioni negative che poco hanno
a che fare con l'uomo. Se esaminiamo le strutture di questi insediamenti,ci
accorgiamo che rispettano chiaramente quei rapporto essenziale tra l'uomo e
l'ambiente. A questo punto non si
dovrebbe parlare solo di insediamenti rupestri del periodo medioevale,
perché sarebbe una specie di decurtazione del discorso limitarlo solo alla
penultima se non proprio all'ultima fase del fenomeno del «vivere in
grotte». Da ciò,la domanda: quando e perché gli uomini hanno preferito
scavare le loro abitazioni?
I motivi per i quali gli uomini hanno spesso preferito scavare le loro
abitazioni sono stati dettati anche da considerazioni di ordine economico e
pratico.
Una abitazione scavata nella roccia costava meno di una costruita, per la
quale bisognava scavare, squadrare il materiale e poi costruire. E poi
offriva maggiori, serie garanzie di stabilità e di durata nel tempo rispetto
a quelle costruite "sub divo": A distanza di secoli, se non addirittura di
millenni, possiamo ancora oggi osservare queste abitazioni scavate "in
rupe"; mentre di quelle costruite "sub divo" non è rimasta alcuna traccia.
Anche in caso di saccheggio o di distruzioni le case scavate nella roccia
offrivano maggiori garanzie.
Pertanto il "vivere in grotte"venne da una scelta libera e cosciente, mai da
forme di ghettizzazione. Infatti coloro che sceglievano di vivere in quelle
case scavate nella roccia non si trovavano in condizioni diverse rispetto a
coloro che vivevano nei paglia i, nelle capanne o in altre abitazioni
subdiali. In genere gli insediamenti del brindisi no gravitano in un'area
compresa tra le due grandi vie di comunicazione dell'antichità, l'Appia e la
Traiana.
La struttura dei diversi insediamenti è per lo più identica, con qualche
differenziazione dovuta alla conformazione del terreno. Le abitazioni sono
scavate lungo i costoni di roccia, il terreno coltivabile è posto nelle
vicinanze. Dove l'insediamento è più complesso (S. Biagio, S. Giovanni, S.
Lorenzo, Lama d'Antico, S. Francesco, ecc.) si notano ancora la strada
carreggiabile, il canale per la raccolta delle acque,che un tempo erano
pulite, i pozzi, le scalette di accesso alle zone sovrastanti, le canalette
per la raccolta delle acque, la chiesa, la zona cimiteriale, i servizi
comunitari.
C'è un aspetto che viene esaltato nel "vivere in grotte" ed è il senso
comunitario, il vivere insieme, un valore che oggi si tenta in qualche modo
di riscoprire e di recuperare.
Dopo aver esaminato questi aspetti storiografici relativi al "vivere in
grotte"; ci si può accostare alle varie testimonianze esistenti nel
territorio brindisino.
Preliminarmente si possono programmare tre itinerari che richiedono tempo ed
attenzione per avere la possibilità di conoscere dettagliatamente gli
insediamenti più importanti.
Si può iniziare dal territorio posto a nord della provincia, quello di
Fasano, che è la zona più ricca di insediamenti, per poi passare alla zona
centrale costituita dalle chiese rupestri di Ostuni, Ceglie Messapica,
Carovigno e San Vito dei Normanni.
Infine sì può programmare la visita delle cripte di Francavilla, Oria,
Latiano, Torre S. Susanna, S. Pancrazio Salenti no e Brindisi. |